ANTONIO TABUCCHI STORIA DI TECS E DI ISABEL CHE A LISBONA LOTTAVANO CON IL SASSOFONO E IL JAZZ

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Lo Hot-Dog era un locale minuscolo, con un bancone e pochi tavoli. Non era molto affollato, per fortuna. Quella sera non avevo voglia di folla. Ma forse in quella nebbiosa sera di domenica i lisbonesi non erano in vena di sentire il jazz. Sulla porta c’era un manifesto con scritto: Il sassofono di Tecs. E poi, sotto: Omaggio a Sonny Rollins.
Mi sistemai a un tavolo d’angolo. Il cameriere arrivò sollecito e mi chiese se volevo mangiare subito o dopo la musica. Dipende da quanto dura la musica, risposi. Sono solo due pezzi, disse lui, stasera la sassofonista fa solo due pezzi, è stanca, ieri era sabato e ha suonato fino alle tre del mattino. Convenni che era meglio mangiare dopo l’audizione e il cameriere mi chiese se volevo un aperitivo. Gradirei un assenzio, dissi. Lui non si scompose minimamente e replicò: con ghiaccio o senza ghiaccio? Perché, chiesi io, l’assenzio si serve anche col ghiaccio? Noi qui sì, disse lui, nel nostro locale si serve col ghiaccio. Senza ghiaccio, dissi tanto per contrariarlo, voglio un assenzio serio, come lo bevevano un tempo.
Il pianoforte e il contrabbasso avevano già  cominciato a fare degli accordi. Il cameriere sparì e le luci si abbassarono. La sassofonista entrò da una porticina laterale e si appoggiò al bancone. Era una donna con i capelli grigi, ma si vedeva che era ancora giovane. A me piacque subito: aveva un’espressione determinata, un volto leggermente marcato dal tempo e gli occhi azzurri. Teneva il sassofono appeso al collo con un cordoncino di cuoio. Appoggiò i gomiti all’indietro sul bancone, si guardò intorno e disse: Stasera faccio un omaggio a Sonny Rollins, solo due pezzi, il primo si chiama “Everything happens to me”.
Cominciò a suonare con calma, e poi con più forza. Capii che si trattava di una canzone tradizionale, di una ballad trasformata in jazz. Era romantica e intimistica, con aperture improvvise che Tecs suonava bene. La ascoltai con attenzione, anche se a me personalmente non diceva nulla, ma la ascoltai con attenzione. Quando lei finì ci fu un breve applauso di intenditori, e anch’io applaudii. Le luci si accesero e il cameriere arrivò col mio assenzio. Intervallo, disse, dieci minuti di intervallo, la musicista stasera è stanca. Lo ringraziai e lo fermai con la mano prima che se ne andasse. Senta, dissi, dovrebbe comunicare alla sassofonista che dopo il secondo pezzo vorrei parlare con lei, se desiderasse cenare con me ne sarei felice, le dica che sono un vecchio amico di Isabel.
Il cameriere si allontanò e le luci si abbassarono nuovamente. Tecs apparve e si piazzò al bancone. Disse prima di cominciare: “Three little words”. E cominciò a suonare. Mi sembrò un movimento in quattro quarti, non me ne intendevo, ma era quello che si chiama hard-bop, duro, come si suonava negli anni Sessanta, eppure lei ci metteva un certo swing, con qualcosa di romantico, anche se appena accennato. La gente applaudì e anch’io applaudii. Le luci si accesero. Io mi sistemai il tovagliolo sulle ginocchia e aspettai. Poco dopo Tecs arrivò. Si era messa una camicia azzurra.
Voleva vedermi?, mi chiese. Sono un vecchio amico di Isabel, risposi, vuole cenare con me? Lei si accomodò al tavolo. Cosa sta bevendo?, mi chiese. Parlava con un forte accento inglese. Sto bevendo assenzio, risposi, ma senza ghiaccio, prima ho bevuto una vodka, probabilmente sarà  una mistura micidiale. E cosa vuol mangiare?, mi chiese lei. Uova fritte con pancetta, dissi. Che gliene pare? Mi pare una mistura micidiale, disse lei, ma faccia pure, io prendo un’insalata di gamberetti.
Il cameriere arrivò con un bel sorriso. Ordinammo le uova e l’insalata. Un altoparlante cominciò a diffondere in sordina una musica di sassofono. È ancora lei che suona?, le chiesi. Rispose di sì. È il mio omaggio a Sonny Rollins, disse. Un disco che ho inciso il mese scorso. Quando conobbe Isabel suonava già ?, chiesi io. Lei mi fa andare indietro nel tempo, sospirò Tecs. Ero alle prime armi, facevo l’università  e ogni tanto mi esibivo nella cantina studentesca. Storia curiosa, replicai, una ragazza inglese che studiava a Lisbona e suonava il sassofono all’università . Americana, corresse Tecs, io sono americana, e poi la mia non è una storia più curiosa di altre, mio padre era ingegnere a Norfolk, e la ditta in cui lavorava gli propose un impiego nei cantieri navali di Lisbona, mia madre desiderava conoscere l’Europa, mio padre accettò e arrivammo in Portogallo, io mi iscrissi alla facoltà  di Scienze, in realtà  sono biologa, ma non ho mai esercitato la professione, a quel tempo studiavo già  il sassofono ma mi vergognavo un po’, fu Isabel a scoprire che suonavo e insistette perché mi esibissi alla cantina universitaria per quei ragazzi portoghesi, allora sentire il jazz era una specie di rivoluzione, era la musica di un grande paese democratico, qui in Portogallo il regime sosteneva il Fado, e sosteneva soprattutto una cantante che aveva una bella voce, non lo nego, ma che propaganda le faceva il regime, e lei a sua volta che propaganda faceva al regime, era tremendo.
E Isabel?, chiesi io. Isabel era in un’associazione studentesca, disse Tecs, studenti contro il regime, mi propose che ci entrassi anch’io e io aderii, ma io avevo le spalle coperte dal mio passaporto americano, per me non era così rischioso come per lei, in quell’associazione in realtà  non si faceva niente, si leggevano solo libri di politica proibiti, poco di più, ma Isabel frequentava anche altre persone che non mi presentò, poi per un certo tempo sparì e più tardi seppi che era stata arrestata e che si trovava nella prigione di Caxias, avemmo sue notizie da un secondino che a suo rischio e pericolo venne all’università  e ci portò un biglietto, era un secondino che faceva la fronda, aiutava i prigionieri politici. Tecs tacque e poi riprese: è passato troppo tempo. E poi disse: io intanto andai in America per un certo periodo, e quando tornai mi dissero che Isabel era morta, che si era suicidata in carcere, mi fecero leggere un necrologio apparso sul giornale, è tutto quello che so.
Tacemmo entrambi. Anche il disco era finito. Si sentiva solo il mormorio discreto degli ultimi avventori agli altri tavoli. Sa, Tecs, dissi io, non esiste un certificato di decesso di Isabel, ho frugato negli archivi del Comune. Cosa intende dire?, chiese lei. Solo questo, risposi, che ufficialmente non è mai morta. Ma a me dissero che si era suicidata in carcere, disse Tecs, che aveva ingoiato dei pezzi di vetro. D’accordo, dissi io, si possono raccontare molte cose. Ma io ho visto il suo necrologio sul giornale, replicò lei con convinzione, l’ho visto con i miei occhi. E lei crede ai giornali?, chiesi, e poi via, un necrologio può averlo fatto chiunque. Questo è vero, ammise Tecs, ma ora lei cosa vuol fare? Mi piacerebbe trovare quel secondino di cui mi parlava prima, dissi io, forse lui potrebbe saperne qualcosa di più, si ricorda il suo nome? Tecs si mise la testa fra le mani. Oddio, disse, una volta lo sapevo, ma è passato tanto tempo. Faccia uno sforzo, la incoraggiai, abbiamo tutta la notte. Tecs mi guardò e scosse il capo. Spiacente, disse, l’ho cancellato dalla memoria, mi ricordo solo che era un capoverdiano. È un po’ poco, dissi io, cerchi di fare uno sforzo. Non me lo ricordo più, rispose lei, mi dispiace. Senta, Tecs, insistetti, quell’uomo per me è importante e lei deve fare uno sforzo, le posso dire che l’assenzio, oltre a una certa eccitazione, da anche una lucidità  eccezionale, che ne direbbe di un bicchiere d’assenzio? Lei sorrise. Non l’ho mai bevuto, si giustificò, non so che effetto mi farà . E poi continuò: comunque non importa, tanto la serata è finita, vada per l’assenzio. Io chiamai il cameriere e mi venne in mente un’altra cosa. Sonny Rollins già  suonava negli anni Sessanta, vero Tecs?, chiesi, è una musica degli anni Sessanta. Lei confermò. Già  all’università  lo suonavo, rispose, è stato uno dei miei maestri. Bene, dissi io, facciamo rimettere il disco.
Ormai nel locale eravamo rimasti solo noi. La musica ricominciò e il cameriere portò l’assenzio. Tecs accese una lunga pipa d’osso e tirò due boccate. Me l’ha regalata un capo indiano, disse, è una pipa che porta fortuna, era un indiano degli Arapaho, vicino all’Arkansas, mi disse che va fumata nei momenti di difficoltà . Il disco riprese a suonare “Everything happens to me”. E mentre il sassofono si apriva in un largo fraseggio Tecs mi prese la mano e disse: si chiamava Almeida, era il signor Almeida. Accidenti, dissi io, il Portogallo è pieno di Almeida. Tecs sorrise con un’aria di incoraggiamento. Un Almeida capoverdiano che era secondino a Caxias tanti anni fa, mormorò, se è ancora vivo non le sarà  difficile rintracciarlo, visto che lei frequenta gli archivi del Comune.
Le chiesi se lasciavamo finire il disco. Ormai mi piaceva sentire la canzone fino in fondo. Tecs alzò il bicchiere di assenzio e mi invitò a brindare. A me ne restava qualche goccia. A chi brindiamo?, chiese lei. A Sonny Rollins, risposi, se lo merita. A Sonny, disse Tecs. E poi aggiunse: e alla sua ricerca.


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