Kingston fulmini la regina

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Gialla come il sole che splende sulle ricchezze naturali dell’isola, verde come la speranza e l’abbondanza agricola, nera come la forza e la creatività  degli schiavi africani che vennero qui a coltivare le piantagioni di zucchero per i colonizzatori inglesi. Cinquanta anni dopo, Londra è tutta un tatuaggio di quei colori, perché il re più atteso dei giochi è un figlio dell’isola caraibica scoperta da Cristoforo Colombo e il suo volto aleggia persino sulle mura dell’abbazia di Westminster.
Questa sera si corre la finale dei 100 metri maschili e Usain Bolt è chiamato a riscrivere la storia quattro anni dopo Pechino, l’Olimpiade che lo consacrò come l’uomo più veloce del pianeta, campione dei 100 e 200 con altrettanti record del mondo (9.69 e 19.32).
Quattro anni sono una vita nella carriera di un atleta e molte cose sono cambiate nel magico mondo di mister Fulmine. L’atletica grazie a lui è tornata a illuminarsi, dopo esser sprofondata in un abisso di buio assoluto e Bolt nel frattempo è diventato una superstar globale da dieci milioni di dollari l’anno, il giamaicano più famoso di sempre dopo Bob Marley. Dicono che, da solo, risucchi l’80% dei soldi che girano nell’atletica e in effetti tutti lo vogliono, dai meeting internazionali disposti a svenarsi per lui alle grandi multinazionali, dagli atleti del villaggio olimpico che lo venerano come Lady Gaga a Mick Jagger che, quando l’ha incontrato in discoteca, lo ha sfidato a uno sprint pubblico per strada. Dopo la Cina, ha ricevuto talmente tante onorificenze che oramai il suo titolo ufficiale è: Dottor Onorabile Ambasciatore Usain Santo Leo Bolt. Con la fama e la ricchezza, sono cresciute anche le aspettative. Due anni fa ai mondiali di Berlino, Bolt rifece doppietta e ritoccò i suoi record (9.58 e 19.19), aprendo il dibattito su quanto presto avrebbe sfondato il muro dei 9.50 e dei 19.00. All’orizzonte non c’era un solo avversario capace di avvicinare i suoi tempi, dunque tornò a Kingston e visti i ricorrenti dolori alla schiena decise di dedicarsi un po’ alla musica, agli amici, ai party. Le notti da dj, il suo ristorante Track&Records con le pareti adornate di dischi reggae e medaglie (piatto forte della casa “Out da Blocks”, pollo e patate dolci), la passione per le macchine costose (e la guida spericolata, due Bmw distrutte in un anno). Tra gli amici in pista poi, ecco spuntare un giovincello povero e velocissimo, uno che mentre Bolt fulminava il cielo di Pechino marinava la scuola per andare a correre e vendeva bottiglie di birra vuote per raccattare quattro spicci. Bolt lo prende sotto la sua ala protettiva, lo consiglia, gli affibbia il soprannome di Bestia per la ferocia che mette negli allenamenti.
Quel ragazzino è Yohan Blake, ai mondiali di Daegu lo scorso anno esce improvvisamente dall’ombra. Nella finale dei 100, Bolt viene squalificato per una falsa partenza e Blake si prende titolo e scena per una sera, l’ultimo figlio della grande scuola della velocità  giamaicana. Nella finale dei 200, il campione rimette le cose a posto e dà  appuntamento a tutti per le Olimpiadi di Londra. Passa un anno e la Bestia nel frattempo è diventata molto più che il partner d’allenamento. Ai trials giamaicani di giugno, Blake ha bruciato Bolt sia nei 100 che nei 200, dove il re di Trelawny non perdeva dai tempi di Pechino e s’è visto addirittura rimontare in volata. Quest’anno nessuno è stato più veloce di lui (9.75) e l’amicizia, per forze di cose, si è trasformata in rivalità . «Usain mi ha aiutato a capire molte cose. Un giorno mi ha detto: guarda che tu non corri per i tuoi amici, per i tuoi tifosi, per i tuoi familiari. Tu devi correre solo per te stesso. E da quel giorno tutto è cambiato». A 21 anni, Blake ha tirato fuori l’audacia che serve per sentirsi figlio del vento e infatti a Londra si è presentato con una maglietta su cui c’è scritto “Mangiate la mia polvere”. «Siamo sempre amici ma qui conta vincere, ognun per sé, just business. Poi amici come prima». 
Eppure, nonostante un’annata così così, i soliti problemi alla schiena e quelli nuovi ai tendini, l’ennesimo incidente d’auto all’uscita dal nightclub prima di partire, tutti aspettano Bolt. Solo Bolt, il vero barometro di questa Olimpiade. Chiunque vincerà , la finale passerà  comunque alla storia come quella vinta o persa da Bolt. Spiega Ato Boldon, leggenda della velocità  di Trinidad e Tobago, 4 medaglie olimpiche al collo: «Bolt rappresenta oggi quello che Muhammad Ali era ieri. L’Ali che perse con Frazier e poi sconfisse Foreman. Può anche capitargli di perdere ogni tanto, ma quelle sconfitte non fanno altro che ingigantire il suo mito». Bolt ha detto di essere venuto qui per entrare definitivamente nella leggenda. Dovesse rivincere i 100, sarebbe il primo a farlo in due Olimpiadi consecutive (Carl Lewis ci riuscì nell’88 ma solo dopo la squalifica di Ben Johnson). Si riprendesse pure i 200, beh sarebbe davvero unico. Però, ha avvertito, «dovessi perdere non sarebbe la fine del mondo. E guai a chi dice che snobbo Blake. Lavoriamo insieme e non lo odio affatto».
Ieri nelle batterie dei 100, sfoggiava una maglietta con la scritta “Rispetto”. In pista è apparso macchinoso, tutt’altro che sciolto, ha messo male il piede allo start e ha chiuso la prima in 10.09. Blake invece è apparso in gran forma, 10.00 secchi, rallentando vistosamente nel finale. Hanno impressionato gli americani Gay, Gatlin (che torna dopo una squalifica di quattro anni per doping) e Bailey, bene anche Asafa Powell con cui la Giamaica stasera sogna un tris memorabile. Solo gli Usa in passato sono riusciti a fare cappotto nella gara regina dell’atletica ma era un’altra epoca, Stoccolma 1912, la preistoria. Eppure sarebbe un bel modo per celebrare i 50 anni di indipendenza, in casa degli ex colonizzatori. Elisabetta II è ancora ufficialmente regina di Giamaica, ma il primo ministro Portia Simpson Miller ha chiarito che la monarchia parlamentare ha le ore contate. Re Bolt e i suoi fratelli della Libera Repubblica della velocità  sono a Londra per darle il benservito.


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