Mani Pulite e quei rapporti con il consolato degli Usa

Il viaggio organizzato dall’Information agency. Di Pietro: vedevo il diplomatico, ma mai svelato segreti Nel 1992, Antonio Di Pietro, allora pubblico ministero della Procura di Milano, si recò insieme all’ufficiale dei carabinieri Roberto Zuliani negli Stati Uniti per una decina di giorni Il Corriere della Sera scrisse che il magistrato di punta del pool «Mani Pulite» ebbe in quella trasferta fitti colloqui con gli uomini del Federal bureau of investigation e con alcuni magistrati federali. Incontri che Di Pietro smentì in modo categorico. Ufficialmente, il viaggio dell’allora magistrato fu organizzato dalla United states information agency (Usia) e dalla ambasciata statunitense a Roma

Cesare Giuzzi - Corriere della Sera Sergio Segio • 31/8/2012 • Politica & Istituzioni • 609 Viste

MILANO — Mani Pulite esisteva prima dell’arresto di Mario Chiesa? Qualcuno sapeva dell’indagine che in meno di tre anni avrebbe portato all’azzeramento della Prima Repubblica? Vent’anni dopo l’arresto del presidente del Pio Albergo Trivulzio (17 febbraio ’92) sbucano nuovi interrogativi sulla più grande inchiesta per corruzione della storia giudiziaria italiana. Un mistero infittito dalle rivelazioni a La Stampa, pochi giorni prima della morte, dell’ex ambasciatore statunitense Reginald Bartholomew e dalle parole dell’allora console a Milano Peter Semler. Il primo venne inviato a Roma nel ’93 per guidare l’ambasciata e «normalizzare» i rapporti con il nostro Paese, il secondo prese l’incarico a Milano nel ’90 e visse da vicino la stagione di Tangentopoli. Bartholomew aveva in realtà  un secondo incarico. Quello di spezzare il legame tra gli Usa e i magistrati di Mani Pulite. Perché, a suo dire, «qualcosa nel consolato americano non quadrava»: la diplomazia aveva un legame diretto con il pool. Così, dopo l’insediamento di Bill Clinton alla Casa Bianca, venne appunto deciso di mandare in via Veneto Bartholomew: «Gli Usa erano preoccupati della deriva dei magistrati: nell’intento di combattere la corruzione politica dilagante il pool era andato ben oltre violando sistematicamente i diritti degli imputati», sosteneva Bartholomew. L’ex console Semler ha confermato che, in effetti, incontrò Antonio Di Pietro quando ancora era uno sconosciuto pubblico ministero il quale gli annunciò alcuni mesi prima dell’arresto che «c’era un’inchiesta su Mario Chiesa e che le indagini avrebbero raggiunto Bettino Craxi e la Dc». Uno scenario che vorrebbe, quindi, l’inchiesta nata a tavolino con obiettivi ben precisi. Una tesi smentita per primo dall’ex pm Antonio Di Pietro, oggi leader dell’Idv: «Non potevo anticipargli il coinvolgimento dei vertici di Dc e Psi perché nel novembre 1991 già  indagavo su Mario Chiesa ma non avevo idea di dove saremmo andati a parare». Da Washington, ricorda Di Pietro, non arrivarono mai pressioni né in un senso né nell’altro. Voci di eventuali ingerenze americane vengono smentite con fermezza anche dall’allora magistrato guida del pool Gerardo D’Ambrosio. «Personalmente non ebbi mai contatti con americani. E mi battei per il massimo rispetto dei diritti di difesa e contro detenzioni non necessarie. Gli arresti non venivano decisi dai pm ma dal gip». Ancora più netto l’ex procuratore capo Francesco Saverio Borrelli: «Mi stupiscono queste dichiarazioni perché provengono da un americano e se ci sono prassi poliziesche o carcerarie contrarie ai diritti dell’uomo sono proprio certe prassi seguite negli Usa». Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo si sono invece affidati a un comunicato del legale Francesco Borasi contro «eventuali diffamazioni». Di Pietro, tuttavia, non ha negato i rapporti con Semler. «Incontri cordiali nei quali non violai il segreto istruttorio». Su questo punto Giampiero Borghini, sindaco di Milano nel biennio della tormenta (’92-93) chiede chiarezza: «Un magistrato che entra in un consolato per parlare di un’indagine? Se avesse parlato con la diplomazia dell’Unione Sovietica cosa sarebbe accaduto? Oggi mi rendo conto — risponde Borghini — che qualcuno sapeva dell’inchiesta, non solo gli Usa. E si smarcò prima della caduta». Uomo chiave della diplomazia Usa a Milano era ed è il consigliere politico Giuseppe Borgioli. Ben introdotto nelle segreterie di partito e nel mondo imprenditoriale milanese, era il braccio destro del console Semler: «Non ricordo nessun episodio in particolare — dice Borgioli al telefono — ma furono anni di grande cambiamento». Quale poteva essere l’interesse degli Usa su Mani Pulite? «Bettino non si sbilanciava mai, ma diceva che l’America non aveva mandato giù la vicenda di Sigonella, né aveva gradito la politica estera di Giulio Andreotti», sottolinea Paolo Pillitteri, ex sindaco (’86-92) e cognato di Craxi. Bobo e Stefania Craxi chiedono a Di Pietro di «vuotare il sacco» e invocano una Commissione parlamentare d’inchiesta. Cesare Giuzzi

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