Caro cereale, il mondo ha fame

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I prezzi dei cereali sono in netto aumento sui mercati mondiali a causa della siccità  negli Usa e nell’est europeo, la loro volatilità  è grande e nei prossimi mesi potrebbero tornare nei paesi del sud del mondo le rivolte della fame, come nel 2008. L’Unione europea è in piena discussione sulla riforma della Politica agricola comune (Pac). Per pesare sull’indirizzo che prenderà  la nuova politica agricola comunitaria e per combattere la speculazione che sta affamando i più poveri nel mondo, varie strutture, da Attac a Via Campesina e Slow Food organizzano una Good Food March, che da vari paesi convergerà  a Bruxelles il 19 settembre, per reclamare un cambiamento.
Ne parliamo con Aurélie Trouvé, economista, ricercatrice all’università  di Dijon, co-presidente di Attac France, specialista dei mercati agricoli.
Siamo di fronte a un’impennata dei prezzi del mais e dei cereali. È possibile che la causa sia solo la siccità  Usa?
Dagli anni 2000, i prezzi alimentari hanno due particolarità : dal 2006, c’è una tendenza generale al rialzo e in più c’è una importante volatilità  nei prezzi mondiali che si ripercuote nei prezzi interni dei singoli paesi. Vari fattori influiscono su questa situazione. I prezzi dei cereali aumentano perché negli Usa c’è una forte produzione di agro-carburanti, il 40% della produzione di mais è destinata a questo uso e le superfici occupate dal mais vengono sottratte alla produzione di cereali e altre colture. Si produce così un effetto a catena che si fa sentire sui prezzi dei cereali e su quelli dei prodotti animali, che si alimentano di cereali.
Il fenomeno esiste anche in Europa?
In Europa superfici sempre maggiori di coltivazione di colza sono destinate ai bio-carburanti, dopo che a livello comunitario sono stati fissati degli obiettivi ambiziosi sulla presenza di biocarburanti nella benzina. La domanda in Europa è forte e non si riesce a onorarla, quindi aumentano le importazioni, dall’America latina in particolare, che creano pressioni sui prezzi e tensioni sui mercati.
Un altro fattore destabilizzante è la volatilità  dei prezzi?
La volatilità  non dipende né dalla pressione dei bio-carburanti né dalla siccità  negli Usa. Nel passato, i prezzi non esplodevano quando si verificava un episodio di siccità  in qualche parte del mondo, quando c’era un piccolo deficit di produzione. Ma adesso non ci sono più gli stock, né negli Usa né in Europa. Lo stock è diminuito a causa dei bio-carburanti, ma soprattutto per la deregulation dei mercati. Prima, negli Usa e in Europa, esisteva un meccanismo di prezzi garantiti ai produttori, c’era stoccaggio quando i prezzi erano bassi e destoccaggio quando aumentavano. Senza questo meccanismo si è creata un’incertezza nel settore agro-alimentare, gli investimenti si sono ridotti, le banche esitano a concedere crediti. Dagli anni ’90 i prodotti agricoli non hanno più prezzi certi a medio termine, la deregulation in questo settore è legata all’analogo fenomeno che ha avuto luogo nell’insieme dei mercati dei beni e servizi. Nel ’94 è stato concluso un accordo al Wto che obbliga gli stati firmatari a deregolamentare e permette solo aiuti diretti ai produttori, come compenso. È stato il trionfo dell’ideologia neo-liberista, secondo la quale meno lo stato agisce più ci sarà  un’allocazione ottimale delle risorse, grazie al mercato. Avevano sostenuto che questo sarebbe andato a vantaggio dei consumatori. Ma non è stato così: se prendiamo l’esempio del latte, è vero che da dieci anni il prezzo è in calo, ma non per i consumatori. I vincenti sono le industrie di trasformazione del prodotto e la grande distribuzione, in un rapporto di forza ineguale con produttori e consumatori deboli. Da allora gli Usa sono tornati in parte a una regolazione dei mercati, la Ue no. E il vero scandalo nell’Unione europea è che i grandi produttori di cereali continuano a ricevere aiuti diretti, sulla base di un prezzo stabilito quando la tonnellata di cereali era a 100 euro, mentre oggi è a 250. Si tratta di un vero e proprio malloppo che finisce nelle tasche dei grandi produttori, soprattutto dell’Europa del nord.
In questo sistema, il sud del mondo è il vero perdente?
Noi destiniamo tra il 10 e il 20% del nostro reddito all’alimentazione, nei paesi del sud, in Africa per esempio, più del 50%. Così, quando i prezzi agricoli aumentano, sono i paesi del sud a essere più colpiti. I paesi africani, in particolare, a causa della deregulation imposta negli anni ’80 dai piani di aggiustamento della Banca mondiale e dell’Fmi, sono ora molto più dipendenti dai mercati. Prima erano esportatori agricoli, oggi sono importatori netti. L’agricoltura è crollata, messa in concorrenza con le produzioni sovvenzionate del nord del mondo e con zone altamente produttive come l’Argentina. È stata così orientata verso le monoculture da esportazione, il cotone in Burkina Faso, i fagioli nell’Africa occidentale, l’olio di palma in Africa centrale ecc., a discapito delle produzioni per uso alimentare locale. Noi ci rendiamo meno conto degli effetti dell’esplosione dei prezzi agricoli, ma i sotto-nutriti nel mondo sono raddoppiati negli ultimi vent’anni, erano 600 milioni 15 anni fa, ora sono più di un miliardo, un abitante della terra su sei è sotto-nutrito.
Che cosa chiedete con la Good Food March?
Un ritorno agli stock e alla regolazione. Ma facendo attenzione a non rifare gli errori di prima del ’92 e della deregulation europea, quando c’era molta sovrapproduzione, che portava all’export di cereali sovvenzionati, un commercio sleale verso l’agricoltura del sud del mondo. Via Campesina parla di diritto alla sovranità  alimentare. Nella Ue devono essere introdotti meccanismi per garantire gli stock e i volumi di produzione, con prezzi remuneratori per i produttori, con una Pac riorientata verso pratiche esigenti sia ecologiche che sociali. Aurélie Trouvé economista, ricercatrice all’università  di Dijon, specialista dei mercati agricoli, è la co-presidente di Attac France, sigla dell’Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini


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