Halter: “Si sono risvegliati nella violenza ma non abbiamo il diritto di offenderli”

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PARIGI – Marek Halter, Charlie Hebdo aveva certamente il diritto di pubblicare le vignette, ma ha avuto ragione a farlo?
«Io credo che il problema vada analizzato in maniera diversa. Prima di tutto, dobbiamo chiederci cosa sia lo humour. Per me, c’è humour quando prendiamo in giro noi stessi. È il caso di Charlie Chaplin, con il quale ci identifichiamo, è il caso delle barzellette degli ebrei su loro stessi, che disarmano l’antisemita».
Non è quindi il caso delle caricature.
«In effetti: la satira, l’ironia, la caricatura sono mezzi di lotta politica: quando lo stesso Chaplin fa il dittatore è in guerra contro il nazismo. Charlie Hebdo fa la stessa cosa, ma si tratta di sapere se il settimanale è in guerra contro l’Islam».
Loro dicono che si limitano a esercitare il diritto di espressione: è d’accordo?
«Veniamo così al secondo aspetto: la democrazia permette tutto? Noi umanisti diciamo che la nostra libertà  si ferma dove comincia a intaccare la libertà  del mio vicino. Teoricamente, ho diritto di far pipì nel giardino di casa del mio vicino, ma non lo faccio per una questione di rispetto. Il problema della religione è uguale: c’è chi crede e bisogna lasciarlo libero fin tanto che non m’impedisce di credere o non credere in Dio. E in questo caso non ho diritto di schernirli».
Quindi Charlie Hebdo non doveva pubblicare quelle vignette?
«Ho guardato la copertina del settimanale e l’ho trovata buffa. Poi apro e vedo Maometto con il sedere per aria: se fosse stato Gesù o Mosé quale sarebbe stata la reazione dei cristiani o degli ebrei? Non è un problema di legge, il problema è il rispetto dell’altro. Nel caso delle caricature viene oltraggiata una regola non scritta ma fondamentale, che permette agli uomini di coesistere».
Ma questo non rischia di giustificare la violenza con cui si è reagito nel mondo musulmano?
«Manifestare va bene, uccidere significa offendere il loro Dio, che vieta di uccidere. Dare la colpa ad Al Qaeda è troppo semplice: bisogna parlare con la gente, spiegare, altrimenti continueremo ad insultarci vicendevolmente. Ho parlato pochi giorni fa con Putin. Secondo lui, se quel che è successo nella cattedrale di Mosca con le Pussy Riot fosse successo a Notre-Dame o in Vaticano, la polizia si sarebbe comportata allo stesso modo. Gli ho detto che la differenza è che le tre ragazze non sarebbero state spedite per tre anni nel gulag».
Bene e con le vignette come dobbiamo reagire?
«Se fossi stato musulmano, mi sarei sentito offeso dal film o dalle caricature. Hanno ragione di essere offesi. I vignettisti sono liberi, ma sono liberi anche di offendermi? La libertà  significa infangare un altro gruppo umano? I caricaturisti devono fare una critica politica, non stigmatizzare questo o quel gruppo. I giornalisti di Charlie Hebdo vogliono mostrare che sono politicamente scorretti, ma lo si può essere in un altro modo. Non lo fanno con gli ebrei, sarebbe uno scandalo enorme, lo fanno coi musulmani dopo che hanno ucciso delle persone a Bengasi o altrove. Detto questo, c’è un problema musulmano: se dovessi uccidere tutti quelli che mi offendono, ci sarebbero tanti morti. A protestare e uccidere è gente incolta, che non conosce il Corano: non basta condannarli, bisogna parlare con loro».
Non stiamo rischiando di restare impigliati nello scontro di civiltà ?
«Non si può parlare di questo, perché l’Islam fa parte della nostra civiltà . No, siamo di fronte a un mondo che era addormentato e si risveglia nella violenza. È esagerato dire che è uno scontro fra due contrari. E un riaggiustamento: una parte dell’umanità , per molto tempo messa in un angolo, vuole la sua parte, imponendosi con violenza. Bisogna stabilire un dialogo e non aver paura. Bisogna imparare a parlare all’altro».


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