Trattativa, parte il processo

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Domani alle 9, nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, potrebbe iniziare l’udienza preliminare del procedimento sulla presunta trattativa Stato-mafia
Gli imputati
Sono in tutto dodici gli imputati tra ex ufficiali dei carabinieri, boss, politici, ministri della Prima Repubblica e Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo
Il pool
L’accusa è rappresentata da cinque pm: il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia
Le origini
Secondo i magistrati, l’iter verso la presunta trattativa Stato-mafia sarebbe iniziata il 12 marzo 1992 con l’omicidio dell’eurodeputato Dc Salvo Lima DAL NOSTRO INVIATO
PALERMO — Gli ultimi documenti prodotti dall’accusa riguardano un ex ministro e un ex generale dei carabinieri, Calogero Mannino e Antonio Subranni, considerati «mediatori» del presunto patto tra Cosa nostra e le istituzioni. Il pentito Angelo Siino ha raccontato di stretti rapporti tra i due, confermando l’intenzione della mafia di uccidere l’allora esponente democristiano nella «resa dei conti» pianificata all’inizio del 1992. Un altro collaboratore di giustizia, Francesco Di Carlo, sostiene che Subranni aveva grande consuetudine con i cugini Nino e Ignazio Salvo, gli «esattori» legati da un lato alla mafia e dall’altro alla Dc e a Salvo Lima, e su loro richiesta si sarebbe occupato di far passare per suicidio l’omicidio di Peppino Impastato, ammazzato su ordine del boss Tano Badalamenti nel lontano 1978. 
Sono dichiarazioni di contorno rispetto al resto delle prove che il pool di magistrati antimafia di Palermo — il procuratore aggiunto Ingroia e i sostituti Di Matteo, Sava, Del Bene e Tartaglia — ritengono di aver raccolto sulla cosiddetta trattativa tra lo Stato e la mafia, tra il 1992 e il 1994; sono racchiusi, insieme ad altri atti svolti negli ultimi due mesi, in otto faldoni di carte che non cambiano il quadro dell’accusa, ma saranno probabilmente sufficienti a far slittare di un paio di settimane l’inizio dell’udienza per decidere l’eventuale rinvio a giudizio dei dodici imputati.
L’appuntamento è fissato per domattina, nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, davanti al giudice Piergiorgio Morosini. Lì compariranno gli avvocati e forse qualcuno degli imputati: i mafiosi Totò Riina, Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà  e il pentito Giovanni Brusca (che se vorranno potranno assistere in video-conferenza dalle prigioni in cui sono rinchiusi); i tre ex ufficiali dell’Arma Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno; l’onorevole Mannino e il senatore Marcello Dell’Utri. Loro sono i presunti intermediari della trattativa. Poi ci sono Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco Vito che per sua ammissione faceva da postino tra il padre e Provenzano, e infine Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza. 
L’ex ministro dell’Interno ed ex vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ha già  chiesto di essere processato separatamente perché sostiene che non ci sia connessione tra la sua posizione e quella degli altri imputati. Inoltre il suo difensore Massimo Krogh ritiene che a giudicarlo debba essere il tribunale dei ministri. Non perché la falsa testimonianza sia un reato ministeriale (Mancino l’avrebbe commessa nel febbraio scorso, quando non era più ministro da diversi lustri) ma per connessione con la vicenda di vent’anni prima collegata alla funzione di responsabile del Viminale. Il legale di Mancino potrebbe anche chiedere una sospensione del giudizio in attesa del verdetto della Corte costituzionale sul destino delle quattro telefonate intercettate casualmente tra il suo assistito e il presidente della Repubblica Napolitano; per la Procura sono irrilevanti, ma l’avvocato ritiene che «in ipotesi i contenuti potrebbero giovare alla nostra posizione», perciò vorrebbe attendere il giudizio sul conflitto sollevato dal Quirinale, previsto per il prossimo 4 dicembre. 
Prima ancora di queste istanze, però, i difensori di un altro politico tutt’ora in attività , Mannino, chiederanno il rinvio dell’inizio dell’udienza per avere il tempo di leggere le nuove carte depositate dalla Procura. Slittamento a parte, il collegio legale (agli avvocati Nino Caleca e Grazia Volo, è stato affiancato un altro ex vice-presidente del Csm, Carlo Federico Grosso) intende contestare la competenza del giudice di Palermo: si deve andare a Caltanissetta o a Roma, per connessione con le stragi e per la sede delle istituzioni coinvolte nella trattativa; ed eventualmente al tribunale dei ministri delle due città , giacché fino a giugno ’92 Mannino faceva parte del governo e le presunte pressioni del ’93 per alleggerire il carcere duro ai mafiosi riguardavano competenze ministeriali. 
Chi non porrà  questioni di competenza è l’avvocato Rosalba Di Gregorio per conto di Provenzano, imputato anche dell’omicidio di Salvo Lima: primo passo, nella ricostruzione dell’accusa, dell’attacco mafioso alle istituzioni scatenato per avviare la mediazione e ottenere benefici. I difensori del boss chiederanno l’acquisizione di alcune sentenze su quel delitto del 1992 che non sarebbero state considerate dai pm, nonché delle dichiarazioni di pentiti per i quali l’anziano boss in quel periodo non faceva più parte della Cupola mafiosa che deliberava gli omicidi. 
Anche i difensori di Dell’Utri, Giuseppe Di Peri e Pietro Federico, lamentano l’assenza di carte. All’interno degli stessi documenti presentati dalla Procura, secondo loro, ci sono buchi sostanziosi: pagine illeggibili o saltate, verbali pieni di omissis, documenti governativi o parlamentari di cui c’è solo il frontespizio o poco più. In questa situazione, sostengono, il processo non può cominciare. 
Giovanni Bianconi


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