La battaglia di Gangjeong

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Il villaggio di Gangjeong infatti è proprio accanto al sito scelto nel 2007 dal governo di Seoul per costruirvi una grande base navale, al costo di un miliardo di dollari. Si capisce: l’isola di Jeju, 1.800 chilometri quadrati di superfice (grossomodo come la provincia di Terni), nota destinazione turistica grazie alle sue vestigia storiche e a un paio di parchi naturali (è chiamata «isola del paradiso»), è in una posizione strategica, nello stretto di Corea ad appena 500 chilometri dalla costa cinese. E la nuova base, destinata a ospitare navi da guerra e sottomarini della Corea del sud e degli Stati uniti, rientra nella strategia che l’amministrazione Obama chiama «Pacific pivot», spostare il baricentro della potenza militare americana nella regione Asia-Pacifico: tutta una questione di messaggi diretti a Pechino, tanto per chiarire che gli Usa difenderanno la loro «zona d’influenza» economica e militare… 
Per gli abitanti di Gangjeong la cosa ricorda molto un vecchio proverbio africano: «quando gli elefanti si combattono, le formiche restano schiacciate». La nuova base navale accanto a casa per loro significa un disastro ambientale e sociale. Se completata, ospiterà  fino a 8.000 marines e una ventina di navi da guerra, inclusi sottomarini nucleari, grandi portaerei, cacciatorpediniere con missili cruise. E questo a soli 250 metri da un’area protetta riconosciuta come «Riserva della biosfera» dall’Unesco, Tiger Island, con barriere coralline e numerose specie minacciate. E gli umani, la comunità  nativa di agricoltori e pescatori che abita Gangjeong.
Così il villaggio è in rivolta. I suoi abitanti si sono accampati per mesi sul quel sito, scontrandosi con la polizia, nel tentativo di bloccare l’arrivo dei bulldozer: non sono riusciti a impedire l’inizio dei lavori, nel gennaio 2011, ma li hanno rallentati notevolmente. Dicono che la costruzione manometterà  la costa e devasterà  l’economia locale fondata sulla pesca, oltre a minacciare una delle più grandi barriere coralline «soffici» al mondo, con una 40ina di coralli assai rari. Certo, la partenza della «Grande marcia» ha lasciato sguarnito il sit-in permanente davanti ai cancelli del cantiere – pare che la ditta di costruzione ne abbia aprofittato per accelerare i lavori, leggiamo sul sito del International Forum on Globalization che sta seguendo da molto vicino la protesta di Gangjeong. Leggiamo che gli abitanti rimasti nel villaggio hanno cominciato a dormire nelle strade, nonostante il freddo autunnale, per impedire il passaggio dei camion di cemento. gli scontri con la polizia sono stati frequenti. Intanto al parlamento nazionale, a seoul, ci sono state audizioni in cui noti biologi marini internazionali hanno dato testimonianza di quale patrimonio naturale andrà  perso nelle acque di Gangjeong.
Il caso di Gangjeong non è l’unico di proteste, nel Pacifico, contro la presenza di basi militari americane – si pensi alle proteste di Okinawa, nel Giappone meridionale, o a un movimento che sta crescendo nell’isola di Guam. Gli abitanti dell’isola sudcoreana e i loro sostenitori sperano in un movimento più globale, che attacchi il problema alla sua radice – che l’International Forum on Globalization riassume cosi: «La competizione tra Stati uniti e Cina per il dominio geopolitico e ciò che vi sta dietro, il saccheggio delle risorse naturali sulla terra e sotto i mari».


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