È notte a Vienna

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VIENNA. «Non siamo venuti qui per morire, per fare questo bastava rimanere nei nostri paesi» chiarisce Khan Adalat, 47 anni, il più grande dei 63 richiedenti asilo che sono in sciopero della fame da un mese a temperature sotto zero. Da fine dicembre sono rifugiati dentro una delle chiese più grandi di Vienna, la neogotica Votivkirche, dopo che il refugee camp di protesta (refugeecampvienna.noblogs.org/) allestito nel parco adiacente è stato sgombrato dalla polizia. Sono giovani in maggioranza dal Pakistan, dalle aeree più pericolose del mondo. Arrivati allo stremo la settimana scorsa hanno sospeso lo sciopero della fame.
Lo riprenderanno forse domani, primo febbraio, se non ci sarà  alcuna risposta positiva da parte del governo austriaco, una coalizione tra i socialdemocratici (Spoe) del cancelliere Werner Faymann e il partito popolare (Oevp). «Vogliamo la pace,la democrazia, i diritti umani, condurre una vita normale come fate voi, avere un futuro» dice Adalat, un diritto a lui, da sempre e a tutt’oggi, negato. La sua domanda d’asilo è stata respinta, il ricorso non ha avuto ancora risposta. Potrebbe arrivare anche solo dopo anni e concludersi con l’espulsione. Delle domande d’asilo di pakistani l’Austria riconosce appena l’1%. Tutti qui in chiesa sono in condizioni simili. «Se l’Austria non ci vuole accogliere ci lasciasse andare, cancellando le nostre impronte dal sistema Adac europeo».( concepito per impedire la libera circolazione dei richiedenti).
È la prima volta in Austria che dei rifugiati precari si autoorganizzano parlando con la propria voce, senza cappello in mano. Non chiedono assistenza, hanno persino respinto donandolo alla Caritas un premio in denaro ricevuto: «Vogliamo accesso al mercato del lavoro, corsi di formazione, legalizzazione, non siamo dei mendicanti».
La ministra degli interni Johanna Mikl- Leitner, popolare , in dicembre ne ha ricevuto una delegazione,. un primo inedito successo. Nessun risultato però. Non ci saranno altri incontri ha fatto sapere il ministero degli interni esortando i rifugiati ad abbandonare la chiesa accettando l’offerta di alloggi. Una proposta che esporrebbe alcuni dei rifugiati al rischio di detenzione in un centro per le espulsioni, come è già  accaduto a quattro di loro usciti dalla chiesa per partecipare a una riunione studentesca. Sorde le istituzioni si moltiplicano ogni giorno le iniziative di sostegno e solidarietà  civile. Visite giornaliere in chiesa di personaggi famosi, da scrittori e artisti. Alcuni vi passano la notte, aderendo al solidarity sleeping. Massiccia la presenza dei Verdi. E ieri un grande concerto rock di solidarietà , partecipazione al finale del song contest di protesta, cortei, un dibattito all’università  di Vienna con noti esponenti accademici, giornata di preghiera di solidarietà  – in tutta l’Austria – dell’Azione cattolica…
Visitiamo i rifugiati incrociando il cardinale di Vienna Christoph Schoenborn, che è stato il garante della permanenza e della sicurezza dei rifugiati in chiesa. Dei ragazzi danno lezione di tedesco richieste dai rifugiati. In una navata laterale il refugeecamp, l’ ultima trincea. I materassi sono uno accanto all’altro formando un unico grande letto. «Un porcile che infanga la chiesa» ha infierito il leader dell’estrema destra Heinz-Christian. Strache, La compostezza e dignità  che si respira qui fanno invece pensare alle parole dello scrittore Peter Waterhouse, premio massimo per la letteratura del 2012. Vi ha passato la notte aderendo al solidarity sleeping: «…credo che sia un luogo sacro, il luogo più sacro in quest’ora e in questi giorni nella Votivkirche è questo grande letto». Molti uomini sono stesi, per debolezza. Turi Arif 26 anni di Parachinar in Pakistan, è tirato su. Già  tre volte l’ambulanza lo ha portato in ospedale. Come andare avanti? «Non abbiamo scelta, dobbiamo continuare la protesta. Non è vita mangiare, dormire, aspettare, non poter lavorare. Temere continuamente l’arrivo della polizia. Anche noi siamo di questo mondo…».
La protesta dei profughi è cominciata il 24 novembre con una marcia di protesta di 35 chilometri dal centro di prima accoglienza di Traiskirchen – sovraffollato e malgestito – a Vienna. Ecco cos’è Traiskirchen: cibo e vestiti inadeguati, pochi medici, ragazzi che non possono andare a scuola, rifugiati spediti spesso come pacchi in posti di montagna completamente isolati. Poi l’allestimento del refugeecamp modello occupy nel parco. Sgombrato in un azione notturna per «violazione del regolamento di campeggio» nel cuore della Vienna rosso-verde.
Non è stato il Comune a chiamare la polizia, ma il sindaco Michael Haeupl della Spoe ne era stato preventivamente informato, l’alleato di coalizione tenuto all’oscuro. I Verdi hanno condannato la «violazione del diritto di manifestazione» e chiesto un’indagine, ma la vicesindaco verde Maria Vassilakou è rimasta in silenzio. «Siamo in minoranza, il 12%» spiega Klaus Werner Lobo portavoce per la cultura dei Verdi snocciolando, malgrado la rabbia, alcuni dati: «Vienna accoglie un numero di rifugiati al 148% della propria quota, mentre altre regioni sono sotto la quota, ed è l’unica che eroga la sussistenza minima prevista anche ai richiedenti asilo con esito negativo».

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20mila procedure rimaste sospese

Il ministero degli esteri austriaco mette in guardia i propri cittadini dai viaggi in Pakistan considerato estremamente pericoloso. Tutt’altro ragionamento si legge negli atti di respingimento del Bundesasylamt, una commissione composta da funzionari del ministero degli interni, e anche dell’ Asylgerichtshof, corte d’asilo, la seconda istanza che è composta da giudici. «…Il paese d’origine non si trova in uno stato di violenza arbitraria,….e non può essere costatato una minaccia di vita o di incoluminità  del richiedente». «Non può esser costatato perchè i diretti interessati non vengono neanche convocati – ci spiega Michael Genner di Asyl in Not (Emergenza asilo) – la procedura si basa solo sulle domande scritte». La possibilità  di ricorso alla Corte suprema che bocciava molti respingimenti è stata abolita dai precedenti governi di centrodestra. La quota di riconoscimento d’asilo in Austria è intorno al 20%, nella media europea, per quwl che riguarda i pakistani però è solo all’1%. 20.000 sono le procedure d’asilo vecchie rimaste in sospeso, una parte da molti anni. Fino a procedura conclusa i richiedenti sono condannati a vivere in un limbo senza diritti, a cominciare dal diritto di lavorare, limitato a soli lavori stagionali. Il pieno accesso al mercato del lavoro dopo sei mesi di permanenza è tra le principali richieste dei rifugiati della Votivkirche.


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