Fiscal cliff, schiaffo a Obama l’accordo frena alla Camera

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NEW YORK — È suspense nella notte per il “precipizio fiscale” americano. Il Senato di Washington ha approvato un’intesa bipartisan sugli aumenti di tasse ai ricchi, accogliendo le raccomandazioni di Barack Obama per un’operazione redistributiva. Ma quando mancavano poche ore alla riapertura dei mercati, il voto della Camera era ancora bloccato dalla destra. Tecnicamente, dunque, gli Stati Uniti sono già  “caduti” nel precipizio fiscale perché in via automatica da ieri scattano rincari di tasse per tutti i contribuenti, e pesanti tagli di spese pubbliche. Tuttavia un accordo bicamerale può ancora cancellare retroattivamente alcuni effetti del precipizio.
La resistenza contro la manovra fiscale è stata annunciata in serata da Eric Cantor, capogruppo dei repubblicani che sono maggioritari alla Camera. La sua accusa:
il provvedimento uscito dal Senato non conterrebbe sufficienti tagli alle spese sociali. Il presidente della Camera John Boehner (repubblicano), ha suggerito l’opzione di emendare il testo aggiungendo 330 miliardi di tagli di spese, per rinviarlo al Senato. Potrebbe mancare il tempo per un’approvazione rapida, visto che questo Congresso decade giovedì. Obama ribatte chiedendo alla destra di non «tenere in ostaggio il 98% dei contribuenti americani, i lavoratori, il ceto medio, i piccoli imprenditori», pur di proteggere gli interessi di una minoranza privilegiata. Nella peggiore delle ipotesi, il rinvio dell’approvazione trasmetterebbe il compito al nuovo Congresso, il 113esimo, che s’insedia tra pochi giorni, e dove i rapporti di forze sono lievemente più favorevoli ai democratici grazie ai risultati del 6 novembre.
Può pesare anche una reazione negativa dei mercati. Obama comunque incassa un successo politico: il voto del Senato, con larga adesione dei repubblicani, crea un precedente. Il sì del Senato, con 89 favorevoli e solo 8 contrari, all’alba del 2013 segna uno spartiacque storico nella politica americana: è il primo atto bipartisan in favore di un aumento delle tasse da 22 anni. Correva l’anno 1990 quando per l’ultima volta un repubblicano, George Bush padre, osò alzare le tasse e da quel momento venne “crocifisso” dal suo partito per aver tradito l’ideologia liberista. Da allora le tasse degli americani erano state ritoccate sempre e soltanto in una direzione: per ridurle.
Il primo atto politico del 2013 — la votazione del Senato quando l’anno era fresco di poche ore — è il primo frutto della vittoria elettorale di Obama. La versione passata al Senato lascia risalire dal 35% al 39,6% l’aliquota sui redditi oltre 400.000 dollari annui (per i single) o i 450.000 (per le coppie). Si torna alla pressione fiscale in vigore nel 2000, prima degli sgravi di Bush junior. Sale anche l’aliquota sulle rendite finanziarie — dividendi o plusvalenze di capitali — dal 15% al 20%. La tassa di successione viene alzata dal 35% al 40% per eredità  oltre i 5 milioni di dollari. La manovra — se approvata dai due rami del Congresso in questa versione — genera maggiori entrate pari a 600 miliardi in dieci anni.
Lo slogan dell’“un per cento”, lanciato dal movimento Occupy Wall Street, s’incarna in una stretta fiscale socialmente equa. L’1% degli americani più ricchi, quelli con un reddito superiore al mezzo milione lordo annuo, pagherebbe 73.633 dollari d’imposte aggiuntive. Lo 0,1% cioè coloro che annualmente percepiscono dai 2,7 milioni in su, pagherebbe in media 444.000 dollari in più da quest’anno e subirebbe una decurtazione dell’8,4% del proprio reddito. È la prima volta dall’inizio della crisi del 2008, che la politica fiscale chiede ai ricchi sacrifici consistenti. Se confermata, è un’inversione di marcia rispetto a una tendenza ormai trentennale, di dilatazione delle diseguaglianze sociali provocata anche da politiche fiscali “regressive”.
Un altro effetto della votazione al Senato, se dovesse passare anche al vaglio della Camera, è il rinvio dei tagli “automatici” alle uscite statali, una mannaia indiscriminata che riduce dell’8% molte voci di spesa. Nell’immediato, quei tagli di spesa avrebbero avuto effetto recessivo, che spaventa i mercati. L’America rischierebbe
di passare dal suo ruolo di locomotiva della crescita mondiale, ad una nuova ricaduta nella recessione. La manovra di Capodanno, versione Senato, include l’allungamento di 12 mesi dell’indennità  ai disoccupati, un altro segno di attenzione al disagio sociale.
Gli insoddisfatti sono tanti, ai due poli dello schieramento politico. La rabbia degli ultrà  repubblicani è espressa dal deputato Steve LaTourette dell’Ohio: «Questa è una manovra disegnata da un gruppo di ottantenni in deficit di sonno nella notte del veglione». A sinistra si alzano voci che includono il capo del sindacato Afl-Cio e il Nobel dell’economia Paul Krugman, uniti nel rimproverare a Obama di non aver tenuto duro sulla soglia della ricchezza a 250.000 dollari. Sono delusi anche coloro che volevano la Grande Riforma di tutte le spese sociali, tratteggiata dal Fondo monetario internazionale in un rapporto che auspica tagli di spesa del 35% e aumenti di tasse del 35%: una stangata per stoppare l’ascesa del debito pubblico americano che oggi è al 75% del Pil e senza correttivi raggiungerebbe il 90% in dieci anni. Ma quella cura, oltre ad essere politicamente irrealistica, è un salasso: i suoi effetti sono visibili nell’Europa del Sud che continua ad affondare nella recessione; Washington esita a seguire un modello così poco attraente. Il “mancato rigore” di questa manovra del Senato aggiungerebbe 4.000 miliardi di debito in dieci anni. Ma il dibattito sui tagli di spesa è rinviato solo di due mesi: tornerà  al Congresso quando il Tesoro avrà  raggiunto il limite massimo del debito, tra fine febbraio e inizio marzo.


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