Presidenziali, i nove sfidanti al Castello di Praga

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L’istituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica è stata a lungo ostacolata dal sistema partitico ceco, che preferivano l’elezione indiretta, più maneggiabile nei corridoi della politica di palazzo. E infatti dei nove contendenti, ben quattro candidati provengono dalla cosiddetta società  civile e tre dai partiti extraparlamentari. In particolare negli ultimi sondaggi sembravano avvantaggiati l’ex premier socialdemocratico Milos Zeman, ma da tempo in rotta con il maggior partito dell’opposizione, e l’ex premier Jan Fischer, che presiedeva un governo tecnico tra il 2009 e il 2010. I sondaggi danno una qualche possibilità  di successo, per andare al secondo turno, anche al candidato del partito socialdemocratico Jiri Dienstbier e al ministro degli esteri dell’attuale governo di centrodestra Karel Schwarzenberg.
Nelle attuali elezioni sembra essere collassata la tradizionale divisione tra la destra e la sinistra. Ciò è sicuramente vero per Milos Zeman, che è riuscito a unire nel suo programma l’intervento keynesiano nell’economia, la restrizione delle spese sociali correnti, ammiccando così al tema – spesso sfruttato da una propaganda razzista- dell’abuso dei sussidi di disoccupazione e di sostegno al reddito, mentre nella politica estera Zeman dichiara di essere eurofederalista e nel contemplo grande sostenitore di Israele. Anche Fischer, che ha da poco riscoperto le sue radici ebraiche, è dato molto vicino allo stato ebraico, che quindi potrà  considerare la Repubblica ceca come un partner fedele anche nei prossimi anni. L’istituzione dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica nel 2011 è stata salutata dalla maggior parte della popolazione come un avvicinamento della politique politicienne agli elettori. «Vista la grande insoddisfazione dei cittadini verso il mondo politico, l’elezione diretta del presidente rappresenta un’utile occasione per avvicinare i cittadini alla politica tramite un meccanismo di democrazia diretta. L’elezione diretta del presidente è infatti una specie di referendum, in cui però non si valuta un provvedimento concreto ma una personalità »,sostiene Jiri Pehe, politologo all’Università  di New York a Praga e considerato vicino ai socialdemocratici.
Ed è sorprendente come l’elezione diretta venga considerato nel common sense come uno degli strumenti di democrazia diretta. Nell’ordinamento costituzionale ceco il Presidente della Repubblica ha essenzialmente i compiti di rappresentanza, un ruolo molto simile a quello italiano. I candidati hanno invece sciorinati dei programmi, che toccano tutti i punti dell’azione politica, dalle tematiche sociali alla politica industriale o quella estera, sebbene il Presidente della Repubblica non abbia dei poteri in materiale. L’elezione diretta ha quindi risposta a un diffuso sentimento anti-partitico tramite una personalizzazione del rapporto tra l’elettore e il candidato e allo stesso tempo ha oscurato i veri strumenti di democrazia diretta, come il referendum, la cui introduzione nell’ordinamento costituzionale ceco è uscito del tutto dall’agenda politica ceca.
Una importante questione è stata la partecipazione dei comunisti alla formazione di un governo. Sebbene il presidente ha un ruolo costituzionale esplorativo e non di formazione delle coalizioni governativi, molti candidati, a partire dal favorito Jan Fischer, hanno dichiarato, che, se eletti, non nominerebbero un governo con un sostegno fondamentale del partito comunista KSCM. Un comportamento, che – oltre a essere fuori dal seminato costituzionale – potrebbe portare a una prolungata crisi politica o a una spinta significativa verso un governo di grandi intese tra i socialdemocratici e i partiti del centrodestra, ora al potere.


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