Ingroia: «Sconfitto tutto il centrosinistra, per colpa di Bersani che ci ha tenuto fuori»

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ROMA. Forti dei loro sondaggi credevano davvero di poter superare la soglia di sbarramento (alla Camera) del 4%. Poi il primo brivido ha freddato l’entusiasmo dei militanti di Ingroia giusto pochi minuti dopo la chiusura delle urne, con gli Istant poll che prevedevano per Rivoluzione civile una forbice tra il 2 e il 3 per cento. Ma è col passare delle ore, quando il balletto di cifre e l’incongruenza tra le proiezioni e i dati del Viminale lasciano il posto a un numero stabile e per la lista arancione l’orizzonte si ferma più o meno al 2,3% alla Camera e all’1,8% al Senato, che il gelo di una Roma grigia e uggiosa penetra nelle tre stanzette di via Montecatini, a due passi da piazza Montecitorio, la sede scelta temporaneamente dal movimento nato attorno all’ex procuratore aggiunto di Palermo. Antonio Ingroia aspetta fino all’ultimo momento possibile prima di raggiungere i giornalisti in attesa, per dire loro che «il centrosinistra ha perso queste elezioni, consegnando il Paese al centrodestra o all’ ingovernabilità : è difficile fare previsioni». Scende le scale dal secondo piano dove è si ritirato per tutto il pomeriggio con i suoi candidati più stretti incontrando solo – per poche ore – il leader di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, e spazza subito via la domanda che aleggiava da ore nell’aria ormai pesante: «Confermo ciò che ho sempre detto, Rivoluzione Civile non finisce qui, con queste elezioni: continueremo fuori dal Parlamento a preparare le prossime elezioni». Per il momento, spiega, non tornerà  né in Guatemala né in magistratura. «Resto qui»: continuerà  a fare politica.
L’alleato Antonio di Pietro è lontano, come pure il Pdci Oliviero Diliberto e il verde Angelo Bonelli. Nel piccolo loft che fu l’ufficio elettorale per le primarie del Pd, tra un ritratto d’autore del Che e un bel volto di una donna velata, c’è posto solo per le gigantografie di Ingroia. E a qualcuno viene in mente quell’Hard Rock Café del 2008, quando la solitudine di Bertinotti presagiva già  il crack della sinistra sinistra.
Un’ora prima che Ingroia parli, il succo del suo discorso è affidato a un comunicato scarno letto da Sandro Ruotolo, giornalista di punta televisivo e candidato governatore della regione Lazio: «Il Pd – dice – queste elezioni le ha perse due volte: la prima con la scelta di non andare al voto subito e la seconda facendo l’accordo con Monti. E noi siamo rimasti schiacciati tra la campagna per il voto utile e il voto di protesta che si è canalizzato tutto sul Movimento 5 Stelle». Eppure, ragiona Gianfranco Mascia, responsabile comunicazione web di Rivoluzione civile e candidato per il consiglio regionale del Lazio, «il voto utile non c’è stato perché anche Sel ha fallito, mentre i grillini hanno saputo cavalcare due o tre temi forti anche se con grandi contraddizioni su diritti civili, lavoratori o migranti». Forse, azzarda però Mascia, per raccogliere almeno i voti del Prc, dell’Idv e dei Verdi, «avremmo dovuto mettere nel simbolo gli emblemi dei partiti». Al posto della faccia di Ingroia.
«Obiettivamente è una sconfitta» per tutti, ammette l’ex magistrato, ma la «responsabilità  diretta», ripete il leader arancione, «è di Bersani che ha avuto la possibilità  di un confronto, ma non c’è stata nessuna risposta. Se avesse aperto alle nostre proposte avrebbe vinto lo schieramento di centrosinistra». E ora? «Prematuro trarre delle conclusioni e configurare il nuovo scenario – conclude Ingroia – bisogna aspettare il conteggio finale di senatori e deputati». Il sol dell’avvenire non è ancora tramontato del tutto. All’orizzonte qualcosa si muove ancora. Chissà , forse perfino un accordo col Pd.


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