Ora c’è la legge contro il diritto a manifestare

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Nel mirino degli islamisti ci sono ora le manifestazioni di piazza. Le opposizioni continuano a criticare la legge sulle proteste, resa nota ieri. Secondo il testo di legge, un movimento deve chiedere un’autorizzazione per manifestare con cinque giorni di anticipo, mentre le autorità  hanno libertà  di cancellare, spostare o posticipare le manifestazioni. Non solo, si vieta l’uso di maschere, palchi, striscioni o slogan contro la religione, insulti alle istituzioni dello Stato o l’incitamento alla violenza. Nel testo si vietano anche le manifestazioni entro duecento metri dai palazzi presidenziali, ospedali, luoghi di culto e le istituzioni pubbliche: Parlamento e ministeri. Proprio con l’assedio permanente dei palazzi del potere i manifestanti avevano ottenuto nel 2011 le dimissioni del presidente Mubarak e il divieto di fare politica agli esponenti del suo partito. Ora la Shura è incaricata di approvare o emendare la controversa legge. Il ministro della Giustizia, Ahmed Mekki, ha dichiarato che la legge «protegge il diritto a manifestare e previene la confusione tra proteste pacifiche e attacchi all’ordine pubblico».
Ma una nuova norma aveva già  duramente colpito le organizzazioni non governative egiziane. Proprio ieri il ministero degli Affari sociali ha concluso la stesura della legge sulle ong. Si stabilisce che ogni finanziamento pubblico e proveniente dall’estero dovrà  essere approvato da un comitato di coordinamento. Mohamad al-Ansary, avvocato dell’Istituto per gli Studi sui diritti umani, ha detto che «la nuova legislazione ha lo scopo di colpire il lavoro delle ong». «Come è possibile considerare le donazioni come fondi pubblici se vengono da privati?», prosegue con ironia l’attivista. In generale i movimenti accusano il governo di voler interferire nelle attività  delle ong egiziane.
Come se non bastasse, i principali politici dell’ormai bandito Partito nazionale democratico, l’ex presidente della Camera alta, Safwat el-Sherif, Zakaria Azmi e l’ex primo ministro, Ahmed Nazif, sono stati rilasciati. Mentre il processo a Mubarak deve ripartire da zero. Per raccogliere le ceneri di una rivoluzione che voleva un cambiamento radicale della società  egiziana, gli attivisti si sono dati appuntamento ieri intorno al palazzo presidenziale di el-Qobba, sempre ad Heliopolis.
In seguito alle manifestazioni intorno alle mura del palazzo di Ettehadeya, il presidente Morsi ha trasferito qui i suoi uffici. Gli attivisti chiedono le dimissioni del governo di Hisham Qandil e un nuovo processo per i leader del vecchio regime usciti di prigione. Anche gli ultras dell’al-Ahly si sono assembrati intorno al ministero della Difesa nel quartiere di Abbasseya per chiedere di processare gli esponenti del Consiglio supremo delle Forze armate per crimini contro i manifestanti. Anche nei governatorati di Beheira, Beni Suef e Kafr Sheikh ci sono state manifestazioni nella giornata di ieri. Decine di persone hanno bloccato la linea ferroviaria dopo le parole del primo ministro che aveva criticato le donne di questi governatorati per non usare norme igieniche adeguate nell’educazione dei figli.
Dal canto loro, centinaia di sostenitori di Morsi hanno manifestato per denunciare la violenza delle scorse settimane, tra loro centinaia di salafiti. «Il Corano è la nostra Costituzione», «Morsi, Morsi», «No alla violenza, sì alla sharia (legge islamica, ndr)», gridavano i manifestanti, bradendo foto del discusso sceicco cieco in prigione Omar Abdel Rahman.


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