Di Mali in peggio

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Ufficialmente, infatti, l’odierno Mali nacque nel 1960, allorché la Repubblica Sudanese assunse questa denominazione allo scioglimento delle Federazione del Mali, formata solo pochi mesi prima dall’unione della stessa Repubblica con il Senegal.

Cominciò un lungo processo verso l’indipendenza effettiva con la creazione in un primo tempo di un governo filo-marxista che ben presto portò al tracollo il nuovo e strutturalmente debole stato.

Il 1968 portò il primo golpe militare che vide l’ascesa al potere di Moussa Traorè, spodestato a sua volta da un’altra azione militare nel 1991.

A questo punto la strada verso la democratizzazione sembrò aprirsi al Mali, in quanto i militari, divenuti padroni del Paese, decisero di indire le prime libere elezioni, le quali regalarono due buoni presidenti: Alpha Oumar Konare, eletto per due mandati quinquennali e autore delle prime reali riforme in senso economico e strutturale, seguito nel 2002 per altre due legislature da Amadou Tourè. Questo processo di modernizzazione del paese venne bruscamente interrotto il 22 marzo 2012 da un nuovo colpo di stato e dall’esplosione della guerra civile.

Approfittando del vuoto di potere creatosi dopo il nuovo blitz militare, infatti, alcune fazioni Touareg del Paese, in parte affiliate al credo fondamentalista islamico e vicine alla famigerata Al-Qa’ida hanno velocemente proceduto alla conquista della regione dell’Azauad per poi tentare di allargare la loro sfera di influenza.

Chiaramente i primi mesi dell’esplosione di questa ennesima polveriera in terra d’Africa hanno destato l’attenzione dei media. Ogni giorno si seguivano con attenzione, da tutto il mondo – Italia compresa – le sorti del conflitto e delle centinaia di migliaia di persone travolte dalla subitanea guerra e trasformatesi in poco tempo, loro malgrado, da cittadini e profughi o vittime di guerra.

Poi, velocemente com’era apparso, il caso-Mali, perlomeno in Italia, si è dissolto nel nulla.

Cercando Mali su Google, poco appare oggi sui giornali nazionali e la maggior parte delle notizie si fermano a gennaio.

Ad esempio il sito del Sole24ore comunica che l’esercito francese, intervenuto in un primo momento con un contingente di 4000 uomini con lo scopo di fermare l’avanzata dei fondamentalisti, ha cominciato l’operazione di ritiro delle truppe, con l’intenzione di lasciare sul suolo africano gruppi di addestratori per le truppe locali, chiamate ad arrangiarsi nelle difesa.

Allo stesso modo viene confermata l’adesione a questa campagna delle forze armate italiane che contribuiranno con 19 esperti addestratori. E l’emergenza umanitaria?

A richiamare tutti all’atroce realtà  troviamo un efficace articolo dell’Agenzia Italiana Risposta Emergenze (Agire) che oltre a rammentare gli incalcolabili danni al patrimonio culturale dell’umanità  perpetrato nei confronti di un biblioteca sahariana sottoposta alla tutela dell’Unesco, fornisce anche una breve nota sulla situazione di rifugiati e sfollati e riporta la difficile situazione delle azioni umanitarie, rallentato dal grande passaggio di truppe e dalla chiusura dei confini degli stati confinanti.

Infine, ricorda la non ben definita posizione dell’Italia nei confronti degli avvenimenti in atto con il Presidente del Consiglio Monti che parla di “supporto logistico alla Francia”.

Di più, sulle intenzioni del nostro Paese non è dato sapere. Passano i mesi e i maliani soffrono e muoiono, mentre da noi si fa finta di nulla e si bisticcia come penosi ed immaturi ragazzini sulla formazione di un governo e sull’elezione del Presidente della Repubblica. Prodi era proprio in Africa, in Mali, per cercare di comporre il conflitto, quando i grandi elettori del PD lo acclamavano come candidato perfetto e autorevolissimo per il Quirinale. Sappiamo come è andata, come Prodi sia stato alla fine trattato dai suoi: probabilmente l’Italia crede di essere sola al mondo. Ora Napolitano è succeduto a se stesso. Speriamo che a breve si formi un governo degno di questo nome capace di risolvere i problemi del Paese e in grado di tornare a produrre politiche umanitarie di respiro internazionale e quella “Pacem in Terris’ della quale, oggi più che mai, il mondo ha bisogno .

È ora di crescere, Belpaese, in fretta e sul serio.

Fabio Pizzi


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