La signora in uniforme

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È scomparsa a 87 anni, Margaret Thatcher, la prima donna a governare il Regno unito. Per undici anni, tra 1978 e il 1990, il leader del partito conservatore ha fronteggiato un ambiente politico ampiamente dominato dagli uomini. E così la dama di ferro ha governato per tre mandati, il periodo più lungo dal 1812, approvando riforme controverse e tristemente memorabili. Il thatcherismo ha cambiato il modo di vedere la politica e l’economia degli inglesi, la loro vita.
«Non c’è alternativa» alla cura economica, uno dei suoi motti celebri, si addice poco alle sue origini, era figlia di un droghiere e di una sarta. Con gli studi ad Oxford in chimica, Margaret si allontanò definitivamente dal suo ambiente familiare. Qui conobbe Denis Thatcher, candidato conservatore al parlamento che sposò a 23 anni. Con l’influenza del marito, figura costante della sua vita e scomparso nel 2003, cambiò carriera diventando avvocato fiscalista. Venne eletta per la prima volta in parlamento nel 1959. Nel 1970, nominata ministro dell’Istruzione nel governo di Ted Heath, venne definita milk snatcher (ladra di latte) per aver ridotto le razioni di latte nelle scuole elementari. Cinque anni dopo venne nominata segretario del partito conservatore in un contesto di grave crisi economica. Con la vittoria dei Tory nel 1979, il premier Thatcher affrontò il crollo del pil inglese e il conflitto sociale criticando l’élite liberale che, secondo lei, accettava «un declino organizzato». E così mise subito in atto lo smantellamento del welfare pubblico, entrando in conflitto diretto con le Trade Unions e favorendo la privatizzazione delle principali aziende pubbliche (British Telecom, Gas e Airways).
Insieme al fedelissimo ministro dell’Economia Geoff Howe e grazie al solido asse con il presidente degli Stati uniti Ronald Regan, avviò politiche di gestione della domanda e aumento delle tasse, culminate con la deregolamentazione finanziaria (big bang) della City del 1986. E così, la politica economica della dama di ferro ha gravemente accresciuto le disuguaglianze sociali. In particolare, il contrasto con il sindacato dei minatori divenne insanabile con la vertenza di chiusura delle miniere di carbone. Il leader del sindacato Arthur Scargill proclamò lo scontro duro con gli scioperi del 1984-85. La linea dell’intransigenza proclamata dalla Thatcher contribuì a ridimensionare il peso politico delle Trade Unions e ad accettare l’assenza di aiuto pubblico alle imprese.
Il pugno di ferro venne impiegato dal primo ministro britannico anche contro i generali argentini per la guerra delle Falkland che in 72 giorni causò mille morti. La task force britannica in poche settimane raggiunse l’isola dove erano presenti solo 16 Royal marines al momento dell’attacco argentino. La vittoria militare favorì la rielezione della Thatcher. La leader dei conservatori si presentava come una politica dalle idee chiare e pratiche. Ma il tema di maggior tensione interna venne con la questione irlandese, dopo la morte di Bobby Sands e altri nove detenuti, per lo sciopero della fame voluto dall’Ira nella prigione di Maze. Nel 1984, l’Ira fece esplodere una bomba al Grand Hotel di Brighton in cui era in corso il congresso del Partito conservatore, uccidendo quattro persone tra cui il parlamentare Anthony Berry. Rimasta illesa, Thatcher siglò l’anno seguente l’accordo anglo-irlandese che permise a Dublino un ruolo nella gestione degli affari interni dell’Irlanda del Nord. Stesso pragmatismo mostrò siglando l’accordo con Pechino per la restituzione di Hong Kong alla Cina, sostenendo la leadership di Michail Gorbaciov in Unione sovietica e firmando l’Atto unico europeo (1986). Nonostante ciò, il radicale euroscetticismo del leader dei conservatore e la sua dura opposizione alla moneta unica europea, le causarono non poche critiche anche tra i Tory. Ma fu una tassa a segnare l’uscita di scena del leader conservatore dalla politica. La poll tax, definita dai labouristi «una tassa iniqua e regressiva», infiammò le piazze inglesi e costrinse Margaret Thatcher e Geoff Howe, allora ministro degli Esteri, a presentare le dimissioni dopo un voto di sfiducia all’interno del partito.


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