Austerity all’israeliana, no grazie

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GERUSALEMME. «Abbiamo bisogno che l’esercito sia sempre più efficiente e di avere altre batterie antimissili Iron Dome». Con questa premessa il premier Netanyahu ieri ha “restituito” ai militari 200 degli oltre 800 milioni di euro di tagli alla difesa, previsti dalla manovra del ministro delle finanze Yair Lapid. La riduzione delle spese si fermerà  a tre miliardi di shekel (oltre 600 milioni di euro). «Credo – ha detto il primo ministro – che il percorso da me proposto sia una buona mediazione tra i bisogni dell’economia e quelli della sicurezza». Un compromesso che salva le Forze Armate e non i settori più deboli della popolazione, tra i bersagli del “piano di austerità ” di Lapid.
Netanyahu, si sa, tiene all’eliminazione degli sprechi. Degli altri però perché lui, appena qualche giorno fa, ha prenotato un letto doppio su un volo di appena cinque ore durante il suo recente viaggio a Londra. Costo per i contribuenti: 127mila dollari (secondo altre fonti la spesa sarebbe stata persino più alta). All’inizio dell’anno si era saputo che, sempre a carico dello Stato, l’ufficio del premier aveva un bilancio per i gelati, di cui Netanyahu è goloso, di oltre 2.000 euro.
Non molti gelati potrà  permettersi gran parte degli israeliani quando entrerà  in vigore il piano economico 2013-2014. L’obiettivo di Lapid è la riduzione del deficit statale che punta a raggiungere il 4,65% rispetto al Pil nel 2013 e il 3% nel 2014. «I sacrifici sono necessari, altrimenti faremo la stessa fine della Grecia», ha spiegato il ministro, aggiungendo che in futuro adotterà  misure per ridurre il costo della vita.
Di lacrime e sangue è però fatto il presente. La manovra prevede un aumento dell’1,5% delle imposte dirette per i privati e dell’1% per le aziende, una crescita di eguale entità  per l’Iva e una riduzione degli assegni familiari. Tasse in aumento anche per il settore turistico mentre il ministero dell’istruzione ridurrà  i programmi di aiuto agli studenti.
In questo caso i più colpiti saranno gli ultrartodossi ebrei, già  nel mirino della campagna elettorale di Lapid. Il ministro infatti aveva conquistato la classe media israeliana attaccando da un lato il «fallimentare» Netanyahu e dall’altro i religiosi, accusati di non condividere con i laici e i religiosi sionisti gli obblighi previsti dallo Stato. Adesso Lapid dimostra che le sue posizioni non sono lontane da quelle di Netanyahu, in economia e in politica estera.
Che quella di Lapid sia una manovra con un forte contenuto ideologico lo dice la decisione di ridurre, su pressione di Netanyahu, i tagli alla difesa e lo conferma la scelta di non toccare l’occupazione dei Territori palestinesi. I programmi di espansione delle colonie andranno avanti, al contrario delle notizie circolate la scorsa settimana. Della colonizzazione, illegale per le leggi internazionali, hanno mancato ancora una volta di occuparsi leader vecchi e nuovi del movimento J14, ossia gli indignados israeliani divenuti noti due anni fa con le loro richieste di giustizia sociale e di lotta al carovita.
Gli “indignati” sono scesi sabato scorso, assieme a migliaia di manifestanti, nelle strade di Tel Aviv e di altre città  per protestare contro la manovra di Lapid. «Invece di un budget omicida che aumenta l’Iva e le tasse e impoverisce lavoratori, professionisti, anziani e casalinghe, la gente chiede allo Stato di smetterla di fare regali ai tycoon, reclama le risorse naturali. I soldi andrebbero investiti in giovani e anziani, nel nostro welfare e nelle abitazioni in Israele», si legge in un comunicato degli organizzatori delle manifestazioni.
L’altra sera a Tel Aviv c’erano anche i due leader più famosi di J14, Itzik Shumli, ora deputato laburista, e Daphni Leef che ha scelto di rimanere fuori dai partiti. Anche Leef, che pure rappresenta l’anima più di sinistra del movimento, pare avviata a ripetere l’errore di due anni fa quando J14 non mise in discussione la colonizzazione che indirizza a favore dei settler ingenti quantità  di fondi governativi, e non incluse nel suo dibattito interno la condizione dei palestinesi in Israele e di quelli sotto occupazione.
Nel comunicato diffuso l’altra sera si esorta il governo, in termini vaghi, «di smettere di inviare denaro alle colonie isolate (in Cisgiordania)». Ok per tutte le altre.


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