I 150 anni della Spd La nuova svolta: addio Internazionale

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LIPSIA — Per il futuro del Partito democratico, travolto dalla «non vittoria» elettorale, la nascita dell’Alleanza progressista è sicuramente un aiuto. Ma non è comunque una strada facile, anche questa, per chi governa con gli ex nemici di un tempo ed è chiamato a ridefinire la propria linea scegliendo tra solidarietà  antiche e nuove responsabilità . Il battesimo è stato celebrato a Lipsia, dove i socialdemocratici tedeschi hanno festeggiato il loro centocinquantesimo anniversario senza guardare al passato. Orgogliosi però della loro lunga storia, hanno chiamato gli amici, come il presidente francese Franà§ois Hollande (che parlerà  oggi) e gli avversari, come la cancelliera Angela Merkel. Lei ha accettato l’invito. Non sono più i tempi di Konrad Adenauer, che cinquant’anni fa, in una occasione analoga, se ne restò a casa.
Mettendo in conto le reazioni negative di chi rimane legato al ruolo dell’Internazionale socialista, la Spd ha riunito culture differenti nella prospettiva della globalizzazione. A Lipsia c’erano i rappresentanti di ottanta partiti, provenienti da ogni parte del mondo. «Gli europei non devono credere che tutti debbano fare propri i loro valori», ha detto al Corriere il presidente socialdemocratico Sigmar Gabriel, l’uomo che per realizzare l’Alleanza di Lipsia si è attirato i fulmini di leader come il greco George Papandreou. Dall’Italia è venuta, nei mesi scorsi, una collaborazione preziosa per concretizzare questo obiettivo. E sono arrivati ieri anche Enrico Letta, Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani. E il socialista Riccardo Nencini, critico, invece, con la decisione di mettere in soffitta l’Internazionale. «Il tema della sua riforma e dell’allargamento alle tradizioni democratica e riformista — osserva — era sul tavolo da tempo».
Reduce dal vertice di Bruxelles, il presidente del Consiglio non ha voluto mancare alla cena dei leader, anche se il Pd non fa parte del Pse, il Partito socialista europeo. «La sua presenza apre un nuovo capitolo della cooperazione tra forze socialiste e democratiche in Europa», ha detto il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, socialdemocratico, che ha ottenuto ampi consensi come futuro candidato comune per la guida della Commissione. Letta guarda con grande interesse, inoltre, alla nascita dell’Alleanza progressista perché è chiara la sua simpatia, dicono a Palazzo Chigi, per «il giusto superamento di divisioni che facevano parte di un’altra stagione».
Prima che arrivasse Letta, D’Alema aveva parlato di un «programma progressista comune» per guidare un’Europa «forte» in grado di andare nella direzione di «maggiore solidarietà  e sviluppo». «Spetta a noi socialisti — ha detto, concludendo i lavori del seminario della Fondazione per gli studi progressisti — essere alla testa di questa unione politica. Non possiamo lasciare l’iniziativa nelle mani della signora Merkel. Da quella posizione sarà  più facile criticarne le politiche, perché sono esattamente quelle che stanno rallentando lo sviluppo e la crescita». Un chiaro sostegno a chi sfiderà  la donna più potente del mondo, l’ex ministro delle Finanze socialdemocratico Peer Steinbrà¼ck.
E Bersani? Ha messo la firma su un grande cartellone bianco dove campeggiavano tre parole: libertà , giustizia, solidarietà . Poi si sono aggiunti tanti altri, come il francese Harlem Désir, l’americano Howard Dean, il serbo Boris Tadic. In pochi minuti tutto lo spazio era pieno di nomi. Nel discorso di apertura, Gabriel ha ringraziato l’ex segretario del Pd per il contributo dato al progetto dell’Alleanza. Ma un altro progetto, il suo, è fallito. Ora, in Italia, c’è un governo di larghe intese. Fu proprio Letta, a Berlino, ad affermare con un po’ di ironia che avrebbe chiesto consigli alla cancelliera sul modo migliore di guidare una grande coalizione. Una formula, questa, che potrebbe tornare ancora in Germania. I socialdemocratici temono un po’, in fondo, che gli ecumenici festeggiamenti di Lipsia possano rendere una prospettiva del genere più comprensibile. Non a caso, Gabriel dice che quanto è accaduto in Italia affonda invece le sue radici «in una specifica situazione politica». «Adesso — ha osservato — il compromesso storico è stato realizzato all’interno del Partito democratico». Forse non ha tutti i torti.


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