La rivincita del Giappone

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PECHINO — Ci sono due immagini che possono sintetizzare la fase nuova del Giappone sotto il governo di Shinzo Abe. Il primo ministro in giacca mimetica ed elmetto che saluta dalla torretta di un carro armato, anche se sotto la giubba militare spunta una camicia candida e la cravatta color pastello. E un giubbotto sulla copertina dell’ultimo numero della rivista americana Time: il titolo chiede «Potrà  questo piumino salvare il Giappone?». I due capi d’abbigliamento, così lontani tra loro per stile e circostanze, stanno bene addosso all’uomo che ha vinto le elezioni con una maggioranza schiacciante a settembre (328 seggi sui 480 della Camera) e ha legato il suo nome a un piano temerario di rilancio dell’economia dopo oltre quindici anni consecutivi di deflazione.
Per quanto possa sembrare strano al consumatore, la deflazione, vale a dire la caduta dei prezzi, è un fenomeno negativo: porta con sé che le aziende, gli investitori e la gente non vogliono mettere i loro soldi su prodotti che domani varranno di meno. Così, per quindici anni le industrie giapponesi hanno tagliato gli investimenti, anche i salari si sono fermati e l’effetto sono stati recessione, perdita di posti di lavoro e un debito pubblico al 230 per cento del Prodotto interno lordo.
In questa situazione drammatica di depressione nazionale è arrivato Abe (anzi, a 58 anni è tornato, visto che era già  stato premier nel 2006 per un breve e sfortunato periodo). Ha fatto appello al nazionalismo e ha lanciato un piano di investimenti pubblici quasi illimitati, spendendo tra gennaio e aprile 100 miliardi di euro e ordinando alla Banca del Giappone di stampare moneta in attesa di varare un piano di riforme strutturali. La ricetta ha preso il nome di Abenomics (in ricordo delle Reaganomics), l’obiettivo è creare un tasso ragionevole di inflazione: il 2%.
I primi mesi sono stati incoraggianti, anche se gli economisti come al solito si sono divisi nel giudizio. Sta di fatto che la Borsa di Tokyo a partire da novembre ha guadagnato quasi il 50%, ridando fiducia ai consumatori. C’è stato entusiasmo quando il 4 aprile la Banca del Giappone ha lanciato la sua campagna aggressiva di espansione monetaria, cioè ha cominciato a pompare yen nel sistema economico per un valore che a fine operazione, fra due anni, dovrebbe corrispondere a oltre mille miliardi di euro. In questo nuovo clima finalmente a marzo le famiglie hanno speso in media il 5,2% in più, concedendosi un’auto nuova o lavori di ristrutturazione in casa. Era dal febbraio 2004 che non si vedeva un balzo del genere. Restano dei timori, perché i salari non sono saliti allo stesso ritmo e così questo livello di spesa familiare sembra insostenibile: tanto è vero che nel settore elettrodomestici, cruciale in Giappone, per vendere i produttori hanno dovuto abbattere ancora i prezzi, dal -10% dei frigoriferi al -18% dei televisori.
Abe insiste nella sua previsione ottimista: il Pil salirà  del 2,9% quest’anno. Al premio Nobel per l’economia Paul Krugman la strategia è piaciuta, perché ricorda quella perseguita dalla Federal Bank americana. E la rivista Time ha trovato nel giubbotto arancione il simbolo di questo rinascimento. È prodotto dalla Uniqlo, griffe giapponese che spicca nel grigiore caratteristico del Paese di questi tempi. L’inventore di Uniqlo è Tadashi Yanai, 64 anni, che promette di «mettere tecnologia nei tessuti» e con le sue t-shirt e i pantaloni dal taglio giovanile è partito alla conquista del mercato internazionale: i negozi monomarca Uniqlo sono in Oxford Street a Londra, sulla Fifth Avenue di New York e nel quartiere alla moda di Sanlitun a Pechino. Oggi Yanai ha un impero da 10 miliardi di euro. La sua ricetta? «Lavorare di più, i nostri giovani dipendono troppo dai genitori, eravamo diventati ricchi e ci siamo viziati».
Non basta naturalmente un piumino cult a far dire che le Abenomics possono farcela. Ma il piano del governo, sostenuto in pieno dal nuovo governatore della Banca del Giappone Haruhiko Kuroda, sta ridestando l’industria. Spinta da uno yen che si è indebolito di quasi il 30 per cento da settembre sul dollaro e da nuovi modelli che piacciono agli automobilisti americani, la Toyota ha appena chiuso il primo trimestre del 2013 con utili netti da 313,9 miliardi di yen (vicini ai tre miliardi di euro), quasi triplicati rispetto allo stesso periodo del 2012. La Toyota, prima casa per veicoli prodotti nel mondo, arrancava da cinque anni nella peggiore crisi dei suoi 75 anni di storia; ora in tre mesi ha venduto per 58 miliardi di dollari. Per ogni yen che la valuta giapponese perde nel cambio rispetto al dollaro, il profitto operativo cresce di 35 miliardi di yen. Proprio oggi lo yen ha toccato la quota 100 sul dollaro: non succedeva da quattro anni.
Però torna in mente l’altra immagine di Shinzo Abe, in giubba da battaglia. Perché il leader del partito liberaldemocratico sta continuando a corteggiare l’elettorato più nazionalista e revanscista ed è riuscito in pochi mesi a ridestare preoccupazioni e risentimenti di Cina e Corea del Sud che furono vittime dell’imperialismo e del colonialismo nipponico nel secolo scorso. Abe ha detto che la storia deve ancora giudicare se si trattò di invasione e ha benedetto una delegazione di quasi duecento politici del suo partito andati a rendere omaggio alle tombe di generali condannati per crimini di guerra.
C’è dunque una grande contraddizione in questo rinascimento economico del Giappone, che avrebbe bisogno di stabilità  nella regione. Ed è riassunta nella frase gridata da Abe durante una cerimonia per dichiarare il 28 aprile festa solenne della Restaurazione della sovranità  nazionale: «Tenno heika banzai!». Significa «Lunga vita all’imperatore» e sembrerebbe naturale se non fosse anche legata al passato militarista del Sol Levante: i soldati giapponesi la urlavano anche durante l’orrore di Nanchino, nel 1937, quando massacrarono centinaia di migliaia di prigionieri e civili cinesi.
Ma fino a quando il pensiero del premier giapponese sarà  lucidamente puntato sulla Abenomics si potranno accettare anche alcune scivolate nostalgiche. Ha commentato un blogger cinese: «Smettiamola di rispondere frase su frase, anche da noi c’è molta gente che ancora rimpiange Mao. Quindi non siamo nella posizione di accusare Abe».


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