Tre anni in trincea L’ultima pugnalata a Julia la Rossa

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Addio Julia, evviva Julia. A tre anni e due giorni dal putsch che la incoronò prima donna premier nella storia australiana, Julia Gillard rende il trono, non l’onore, al re deposto di allora, ennesimo colpo di scena in questo dramma shakespeariano di complotti, duelli e tradimenti. Kevin Rudd torna a capo del partito laburista e dell’instabile governo di minoranza che naviga a vista verso le elezioni federali del 14 settembre. «Chi vince sarà leader, chi perde lascia la politica. Questa è la notte», aveva detto lei prima del voto dei 102 deputati del gruppo parlamentare. Ha perso 45 a 57 e ha rassegnato le dimissioni.

Buona la terza. Rudd aveva promesso di non riprovarci dopo il fallimento, lo scorso marzo, del secondo tentativo di riprendere il timone in poco più di un anno. Il rischio di una «sconfitta catastrofica» gli ha fatto cambiare idea: «Rispondo all’appello di molti e farò tutto il possibile affinché Tony Abbott non diventi primo ministro». Abbott, il leader dell’opposizione conservatrice accusato da Gillard di misoginia e sessismo, definito «una larva piagnucolosa» da quella donna irremovibile, carattere di ferro e umorismo gelido ereditato dai genitori gallesi emigrati in Australia negli anni Sessanta. Solida e capace ma meno carismatica dei suoi rivali, mai investita appieno dell’autorità necessaria a guidare una squadra lacerata dalle fronde. «Ho sempre avuto grande fiducia in me stessa», ha detto in un’intervista. Non è bastato. Donna non sposata, senza figli, atea e repubblicana, dalla detronizzazione di Rudd e dalle elezioni che le consegnarono il primo governo di minoranza in settant’anni (laburisti sorretti da indipendenti e verdi), Julia la Rossa ha affrontato a viso aperto le spinte destabilizzanti e sotterranee, accettando di sottoporsi a continui test di fiducia. «Rudd è stato ricompensato di tre anni di sabotaggio» commenta il politologo John Wanna della Australian National University.

Il 55enne Kevin è un intellettuale, ex diplomatico che parla cinese e auspica un rafforzamento dei rapporti con l’Asia oltre a un approfondimento dell’alleanza militare con gli Stati Uniti, l’uomo che nel 2007 pose fine a undici anni di governo conservatore, il primo leader ad aver chiesto scusa agli aborigeni per la brutalità della colonizzazione europea. Cattolico, cresciuto nel Queensland in una famiglia povera che dopo la morte del padre in un incidente stradale perse la fattoria e fu costretta a vivere in auto, ha la tempra del combattente e un piglio autoritario che non piace a molti nel partito e nell’elettorato. I sondaggi che danno al centro-destra la maggioranza assoluta hanno convinto l’ala più pragmatica del partito a sostenere la sua rivincita personale per limitare i danni. E ora la sinistra potrebbe cercare di anticipare le elezioni per beneficiare dell’aria di cambiamento. Non è scontato che la manovra riesca. L’immagine di estrema incoerenza e frammentazione che i laburisti hanno dato negli ultimi mesi rischia di essere troppo anche per gli standard di una nazione sorta dalle ceneri delle colonie penali britanniche (il capo di Stato resta la regina Elisabetta) e che ha inglobato nel proprio Dna l’alto tasso di conflittualità sublimato nelle faide della politica — che nulla hanno da invidiare alle saghe Miliband contro Miliband o Blair-Brown dell’ex Madrepatria. Tutto dopo tre anni di buon governo, crescita economica e disoccupazione contenuta, importanti riforme nei campi della sanità e dell’istruzione e provvedimenti contrastati sul fronte ambientalista come la tassa anti-emissioni inquinanti che il prossimo esecutivo potrebbe rivedere (la stessa Julia aveva promesso di non introdurla). «Gillard è una riformista — le ha dato atto ieri Rudd —, una donna di straordinaria intelligenza». «Sono molto orgogliosa di quanto ha fatto questo governo» ribatte lei, rivendicando il suo più grande successo: «Sarà più facile per la prossima donna, e per la prossima, e la prossima ancora».

Maria Serena Natale


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