La Rivoluzione incompiuta

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 LA DIFFERENZA tra le opposte, approssimative contabilità riflette per l’ampiezza la divisione tra le due società a confronto nel più grande paese arabo. Sbaglia per la troppa fretta chi ad ogni aggravarsi degli avvenimenti decreta la fine della rivoluzione cominciata nel gennaio 2011, anche se, in verità, il candido, gioioso, titolo di “primavera araba” non si addice più tanto alla tormentata successione di fatti sulle sponde del Nilo spesso insanguinate. Quel che è accaduto tra la sera di venerdì, alla fine del digiuno quotidiano del ramadan, e la mattina di sabato, quando sono rientrate in vigore le regole della quaresima musulmana, può essere considerato un altro capitolo della rivoluzione tutt’altro che chiusa o fallita. Certamente incompiuta. Questo sì. E destinata a durare con altri colpi di scena.
L’Egitto sta vivendo la quarta fase della rivoluzione, in cui è in gioco, oltre ai tanti aspetti politici, l’irrisolto ed essenziale problema della religione nel mondo musulmano. Gli uni, i Fratelli musulmani e gli islamisti in generale, le assegnano un ruolo collettivo, destinato a impregnare l’intera società. Gli altri, indicati in modo spesso impreciso come “laici” (termine inesatto perché in arabo può appesantirsi fino a significare “atei”) tendono invece a separare politica e religione, dovendo quest’ultima riguardare in definitiva soltanto gli individui, dunque la vita intima. Questo concetto essenziale si riversa brutalmente nelle piazze, si traduce in scontri con morti e feriti. Da un lato i pro-Morsi, i partigiani del presidente, un fratello musulmano, eletto al suffragio universale e destituito per inettitudine; dall’altro gli anti- Morsi che vogliono un ritorno alle origini dell’insurrezione di piazza Tahrir.
La prima fase della rivoluzione, nel gennaio 2011, fu dominata dai confusi e disorganizzati gruppi per lo più laici. Erano le punte avanzate di una società che conta più di un terzo di analfabeti ma anche un terzo integrato nel mondo globalizzato dell’informatica. Quella fu l’ondata iniziale che colse di sorpresa i Fratelli Musulmani, ben radicati nel paese grazie alla loro estesa rete assistenziale, ed anche tenuti in alta considerazione per le persecuzioni subite nei loro ottant’anni di esistenza. Per le masse egiziane l’identità religiosa, si confondeva con quella politica, e così i Fratelli musulmani hanno facilmente dominato l’insurrezione quando, arrivati in ritardo, l’hanno scippata.
Le forze armate, che dal 1952, anno della destituzione di re Faruk, costituiscono una società nella società, hanno seguito riluttanti
l’insurrezione, poi l’hanno accompagnata, arginandola. Hanno sacrificato prima il vecchio presidente, Hosni Mubarak, che era uno di loro, un generale, al fine di placare la rivolta, e poi hanno dato un pessimo esempio come uomini di governo, nei mesi in cui hanno preso direttamente in mano le redini del paese. Questa è stata la seconda fase, durante la quale il capo delle Forze Armate, generale Tantawi, era il principale bersaglio di piazza Tahrir. La rivoluzione non amava i militari ma non poteva ignorarli.
La terza fase ha visto i Fratelli musulmani al potere. L’esercito ha organizzato le elezioni e Muhammad Morsi le ha vinte. I militari delle nuove generazioni si sono adeguati. Hanno mandato in pensione il vecchio Tantawi, che aveva destituito a malincuore Hosni Mubarak, all’ombra del quale si era svolta la sua carriera. E cosi Morsi è apparso come un presidente a pieno titolo, e quindi col tempo anche il responsabile di un pessimo governo. In pochi mesi ha sfatato la sacra antica convinzione secondo la quale un potere islamico avrebbe risanato le piaghe d’Egitto. L’inettitudine di Morsi è stata esemplare. L’economia si è aggravata; la disorganizzazione ha privato il Cairo di benzina; i disordini si sono moltiplicati, in particolare nel Sinai; le iniziative in politica estera sono apparse bizzarre. L’attivismo di Morsi è consistito nell’affidare ai suoi le cariche essenziali. La settimana scorsa l’ Egyptian Center for Public Opinion Research ha rilevato che il 71 per cento degli egiziani non approvavano le manifestazioni in suo favore. In pochi mesi il presidente aveva perduto la maggioranza.
Nella quarta fase della rivoluzione, in seguito all’imponente manifestazione del 30 giugno, indetta per chiedere le dimissioni del presidente, le Forze armate hanno affrettato i tempi e il 3 luglio hanno destituito Morsi. Il generale Abdul-Fattah el- Sisi, capo del Consiglio supremo, oltre che vice primo ministro e ministro della difesa, ha invitato la popolazione a manifestare in favore dell’esercito al fine di rafforzarlo nella sua lotta al terrorismo. Era una sfida ai partigiani di Morsi, arroccati in un quartiere della capitale, e impegnati a predicare la disobbedienza civile nel paese, e a chiedere la liberazione del loro presidente, sempre in stato d’arresto e accusato di cospirazione. Da qui gli incidenti della notte tra venerdì e sabato. In un certo senso la quarta fase della rivoluzione, ancora in corso, è un ritorno alle origini, poiché il presidente provvisorio è un laico, e i ministri più importanti sono dei tecnocrati. E resta imponente, decisiva, la presenza dei militari. Adesso sono loro gli eroi di piazza Tahrir. Il generale Sisi è l’uomo del momento.
Invitando gli oppositori di Morsi a scendere nelle piazze dove si sarebbero inevitabilmente scontrati con i Fratelli musulmani, il generale Sisi non si è comportato da arbitro, quale vorrebbe apparire. Del resto non poteva esserlo facendo parte come vice primo ministro e ministro della difesa del governo provvisorio contro i quali manifestano i partigiani di Morsi. Il generale Sisi è dunque entrato nella mischia, evitando però di impegnare direttamente i soldati. Ha lasciato fare alla polizia e ai militanti armati. Quindi l’esercito non ha sparato sui Fratelli musulmani. Questo non rende tuttavia più facile un dialogo con loro. Per ora non può prevalere che la collera, e con la collera la violenza. Al Cairo è fallita la principale versione islamica della “primavera araba” e i protagonisti del fallimento si considerano vittime di un “golpe”, e depositari di una legittimità basata sul libero voto che ha eletto Morsi. Gridano quindi vendetta. La ferita inferta dai militari è profonda. Con loro ha prevalso la forza. Ma al tempo stesso è emersa anche la ragione dei laici. Si vedrà col tempo se è proprio cosi, come appare oggi.


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