Shalabayeva e il via libera dato dai pm

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ROMA — Il 31 maggio scorso, mentre Alma Shalabayeva era già stata portata all’aeroporto di Ciampino per il rimpatrio, i suoi avvocati chiesero che fosse interrogata per motivi urgenti. L’istanza fu depositata nell’ufficio del pubblico ministero, ma tre ore dopo la donna era già in volo verso Astana a bordo del jet privato. Mentre si fa più aspro lo scontro tra polizia e difensori sulla «consegna» della moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov, emergono nuovi dettagli su quanto accadde in quei tre giorni di fine maggio. Nuovi interrogativi sulle fasi cruciali della procedura utilizzata. Un iter segnato da una fretta spasmodica, che dimostra ancora una volta come le autorità italiane abbiano accettato le imposizioni della diplomazia kazaka.

L’istanza
e il nulla osta

Si torna dunque al 30 maggio, quando viene firmato il provvedimento che dispone il trattenimento della donna nel Cie di Ponte Galeria. Le generalità fornite sono quelle di Alma Ayan, il passaporto è rilasciato dalla Repubblica Centrafricana. Secondo la polizia è falso. La mattina successiva, così come prevede la prassi, la signora compare davanti al giudice di pace che convalida l’atto. Si decide così di procedere all’espulsione e vengono chiesti i «nulla osta» alla procura della Repubblica e al tribunale per i minorenni sulla partenza della figlia Alua, che ha 6 anni.

L’avvocato Riccardo Olivo deve incontrare la sua cliente alle 15, ma gli viene comunicato che le due donne sono già state trasferite a Ciampino. Suo figlio, l’avvocato Francesco Olivo decide allora di presentarsi subito in procura, deposita un’istanza per certificare che in realtà il documento è originale. Poi chiede ai pubblici ministeri di interrogare la signora evidenziando «la necessità di convocarla per rendere spiegazioni circa il possesso dei documenti di identità». A questo punto il magistrato accetta di sospendere la procedura e chiede ulteriori chiarimenti alla polizia. Non ritiene invece necessario ascoltare la versione della signora. Alle 17 arriva il via libera alla partenza perché, viene adesso specificato, «il nulla osta dell’autorità giudiziaria deve tenere conto soltanto dell’esigenze processuali e in questo caso erano state salvaguardate».

La nota
dell’Interpol

L’iter seguito viene ritenuto «corretto» dal governo italiano. Fino al 12 luglio scorso quando il presidente del Consiglio Enrico Letta riunisce a palazzo Chigi i titolari di Interno, Esteri e Giustizia e arriva la clamorosa marcia indietro: «Risulta che la procedura non è stata comunicata ai vertici di governo, il provvedimento di espulsione è revocato». La polizia italiana finisce sotto tiro, così come il ministro dell’Interno Angelino Alfano.

In soccorso della polizia italiana ieri è arrivata la presa di posizione dell’Interpol con comunicati che evidentemente servono a difendere l’intero organismo internazionale che in questa storia ha avuto un ruolo determinante, visto che fino al 4 giugno nessuno si era accorto che Ablyazov era un dissidente. In una lettera inviata dal segretario generale Ronald K. Noble al capo della polizia Alessandro Pansa «si ribadisce che il signor Ablyazov è un ricercato e, a tutt’oggi, il segretariato generale dell’Interpol non ha ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dal Regno Unito, né da nessun altro Paese, circa il riconoscimento dello status di richiedente asilo/rifugiato».

La richiesta
di danni

È invece la polizia italiana a rendere noto come «nell’ambito delle attività investigative svolte dalla questura di Roma, l’Interpol del Centrafrica ha riferito che il passaporto esibito dalla signora Alma Shalabayeva, emesso dalla Repubblica Centrafricana, risulta falsificato». E aggiunge: «Nei due passaporti intestati alla signora Alma uno rilasciato dal Kazakistan e l’altro dalla Repubblica Centrafricana (quindi due Paesi di origine diversa) risultano, infatti, due luoghi di nascita differenti e in più quello indicato nel passaporto della Repubblica Centrafricana risulta addirittura inesistente».

Versione smentita dall’avvocato Olivo: «Si tratta di documenti autentici. I luoghi di nascita sono gli stessi: in un passaporto viene menzionato il villaggio (Jezdi o Zhezdi), nell’altro la regione (Karagandinskaya). Del resto agli atti c’è una lettera spedita al governo italiano il 18 luglio scorso a Cancellieri dal ministro della Giustizia centrafricano che conferma «l’autenticità del passaporto rilasciato alla signora Ayan». Questa mattina i legali discuteranno davanti al giudice di pace il ricorso contro il provvedimento di revoca del governo perché venga riconosciuta «l’illegittimità del decreto di espulsione firmato il 29 maggio scorso». E chiederanno anche il risarcimento «dei gravissimi danni patrimoniali e morali patiti dalla signora e da sua figlia».

Fiorenza Sarzanini


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