Egitto, il trofeo dei generali

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 SUBITO dopo il suo arresto, nel quartiere di Nasr City, dove si è consumato gran parte del massacro del 14 agosto, Mohammed Badie, 70 anni, professore di patologia veterinaria, è apparso su tutte le tv a intervalli regolari. La propaganda non ha perso tempo. Le macchine da presa accompagnavano senz’altro i poliziotti durante la cattura, perché il professor Badie è stato filmato seduto su una poltrona, nell’appartamento in cui è stato sorpreso, poi mentre scende le scale scortato da uomini armati, e infine mentre sale sulla macchina diretta in prigione.
Mohammed Badie, capo spirituale della Confraternita, è un prigioniero di rango, da esibire come un trofeo: simbolicamente la sua cattura significa la decapitazione della Confraternita. La quale per la verità ha già nominato un successore e si è affrettata a farlo sapere, aggiungendo che la lotta continua. Anche se le truppe della Confraternita sembrano sfiancate, e impopolari per la maggioranza del paese in questa fase pronta ad affidare ai militari il compito di ristabilire ordine e stabilità. Altre forme di protesta, più insidiose, attendono forse la società egiziana, perché i Fratelli musulmani, sia pur decimati dagli arresti, restano la principale organizzazione, dopo l’esercito ben inteso.
Mohammed Badie non era soltanto un autorevole e anziano militante oggetto di venerazione. Mohammed Morsi, il presidente destituito, seguiva i suoi consigli, o addirittura eseguiva i suoi ordini. Uno era insomma la mente e l’altro il braccio. Mostrando con insistenza Badie prigioniero, inquadrato dai poliziotti, i militari avvertono gli egiziani che hanno catturato il burattinaio del potere islamista esautorato e disperso.
L’“ottava guida suprema” non ha tuttavia l’aria smarrita. Al contrario. Non batte ciglio. Il suo sguardo sfida le telecamere. Ha già conosciuto arresti e prigioni. Ha trascorso in carcere una decina d’anni. È passato più volte dalle aule universitarie ai penitenziari o ai campi di internamento. Questa volta l’atmosfera era più drammatica, perché dopo essere stata al governo per un anno, e non era mai accaduto, la sua Confraternita conosce di nuovo la prigione e sembra condannata a ritornare nella clandestinità. Mohammed Badie ha perso tra l’altro Anmar, il figlio di 38 anni ucciso nel massacro di mercoledi scorso, proprio a Nasr City, dove lui è stato arrestato.
Con la cattura della guida suprema dei Fratelli musulmani l’intreccio del dramma politico egiziano si complica ancora di più. Diventa anche un imbroglio giudiziario. Mohammed Badie si trova in queste ore probabilmente nella stessa prigione in cui è detenuto Hosni Mubarak. Forse nel carcere di Tora, in un quartiere meridionale del Cairo. Curiosa situazione, perché nel ‘98, quando Mubarak era il rais al potere, Mohammed Badie fu arrestato e condannato. Quindi il fratello musulmano alloggia adesso sotto lo stesso tetto, o subisce la stessa sorte, di chi tre lustri fa lo mise in prigione.
I loro destini si sono incrociati ma non certo intrecciati. Perché oggi, o tra qualche giorno, la Corte d’Assise potrebbe decidere la liberazione (sia
pur condizionata al versamento di una cauzione) di Mubarak, mentre il 25 agosto Badie vedrà confermato il suo arresto da un tribunale militare. Insomma, Mubarak potrebbe uscire, mentre Badie è appena ritornato in carcere.
Ma gli avvicendamenti non si limitano a questo. Due ex presidenti, tenaci nemici, al punto che quando erano di turno al potere uno ha fatto arrestare e condannare l’altro, mi riferisco a Mubarak e a Morsi, sono entrambi ospiti delle patrie prigioni. Vicini di cella? Immagino di lusso, visto il loro passato? Mubarak ha messo in galera Morsi in quanto fratello musulmano, e quando Morsi è poi diventato presidente, il primo eletto con un libero voto nella storia dell’Egitto, si è prodigato affinché Mubarak venisse processato per complicità nell’uccisione di novecento manifestanti della piazza Tahrir, nel 2011. Adesso la stessa accusa pesa su Morsi, per complicità nell’uccisione dei giovani che nel dicembre 2012 protestavano davanti al palazzo presidenziale. E, ancora, la giustizia del momento
considera un reato la riesumata evasione di Morsi da un carcere egiziano quando Mubarak gestiva un potere ritenuto illegale dai governi succedutisi dopo l’insurrezione di piazza Tahrir. È un delitto fuggire dalla prigione di un dittatore?
Approfittando del momento favorevole al loro cliente, al quale molti generali oggi detentori del vero potere devono la carriera, gli avvocati di Mubarak hanno chiesto che dalle imputazioni venisse stralciata quella di corruzione. Un reato insignificante per un rais che ha governato trent’anni. Non si tratta di miliardi, ma di neanche mezzo miliardo di dollari, che Mubarak, secondo i suoi avvocati ha nel frattempo restituito. Ed è in seguito a questa riparazione che l’ex presidente dovrebbe essere scarcerato. Ma è evidente che questo segnerebbe l’inizio della riabilitazione del rais e del vecchio regime, e quindi l’archiviazione dell’insurrezione di piazza Tahrir: della “primavera araba”.
Così la pensano non pochi manifestanti di piazza Tahrir, che per rifiuto del potere assillante, invadente e incapace dei Fratelli musulmani hanno accettato il golpe del 3 luglio. Ossia la destituzione di Mohammed Morsi e quel che è accaduto in seguito, compreso il massacro del 14 agosto (un migliaio di morti). Quei liberali o militanti di sinistra pensano che alla fine Mubarak non sarà liberato. Lo sperano. Dicono che i militari non oseranno tanto. I generali sono esperti nei regolamenti, non nelle procedure. E quindi scioglieranno nel migliore dei modi il groviglio giudiziario. Ma alcuni segnali tendono ad avvalorare la tesi di una restaurazione, o della ripresa di un autoritarismo militare con lo stesso risultato.
Non è ad esempio rassicurante che sia stato dato ampio spazio alla denuncia per tradimento — sarà processato il 19 settembre — sporta contro Mohammed El Baradei, il diplomatico dell’Onu, premio Nobel per la pace, dimissionario da vicepresidente in segno di protesta contro il massacro del 14 agosto, e subito partito per Vienna. A denunciarlo è stato il preside della facolta di legge dell’università di Eluan, sollecitato non si sa da chi. Un migliaio di morti, migliaia di arresti, Morsi e Badie in prigione, Mubarak sul punto di essere scarcerato, e il liberale Baradei in esilio volontario e denunciato: l’equazione non è rassicurante per chi crede ancora nella rivoluzione.


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