NORVEGIA Il socialismo ammalato

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La qualità della vita è altissima. La Norvegia dei primati sociali ed economici, che non fa parte dell’Unione europea, è anche uno dei paesi dove la vita quotidiana è più cara, pur bilanciata dall’efficientissimo stato sociale dalle antiche radici socialiste. Tutto ciò si deve non solo al numero ridotto di popolazione – poco più di 5 milioni – ma alla scoperta negli anni ’70 di vasti giacimenti petroliferi nel Mare del Nord che rendono autosufficiente la gelida Norvegia dal punto di vista energetico.
Fin qui l’economia. Se si guarda alla storia politica norvegese, non si può dimenticare che qui – come in Svezia e Danimarca – affondano le radici della socialdemocrazia europea dalla storia più fulgida d’Europa. A Oslo, il Partito laburista è stato fondato nel 1887. Nel 1927 era già il primo partito. Nel 1935 guidava per la prima volta un esecutivo. Governi socialdemocratici si sono succeduti ininterrottamente dal ’45 al ’65.
Il risultato delle elezioni politiche di lunedì scorso non solo sconfigge l’alleanza tra laburisti, Partito della sinistra socialista e Partito di centro che governava la Norvegia da due legislature, ma pone il Partito del progresso di estrema destra (16,3%) nella condizione di poter essere decisivo nella formazione del prossimo esecutivo di coalizione che sarà guidato da Erna Solberg, leader del Partito conservatore (26,8%, 19 seggi in più rispetto a quelli ottenuti nel 2009), un passato da ex ministro, che vuole al governo pure i Liberali e i democristiani (entrambi sotto il 6%). La coalizione di destra è prima con il 53,9%, quella di sinistra si è fermata al 40,5. In seggi: 96 contro 76.
Come mai i norvegesi hanno votato per il cambiamento, malgrado il tasso di crescita sia il più alto d’Europa con il 3,2%, la crisi economica internazionale non sfiori Oslo e la disoccupazione sia ferma al 4%? Le prime analisi del voto, a cui ha partecipato il 71% degli aventi diritto, indicano che sono stati gli strati sociali più «garantiti» a scegliere la destra confidando nella promessa dei conservatori di usare i proventi del petrolio per migliorare le infrastrutture, ridurre le tasse, riformare il Welfare e rendere più inflessibili le regole di accoglienza per gli immigrati. Nessuna novità rispetto alle parole d’ordine della destra europea. Nello spostamento elettorale, secondo molte inchieste, ha però pesato il ricordo degli attentati a Oslo e Utoya del luglio 2011, quando morirono 77 persone, per la maggior parte ragazzi che partecipavano a un meeting socialista, mitragliati da Anders Behring Breivik, un folle militante della destra più oltranzista (era stato iscritto alla federazione dei giovani del Partito del progresso). La caduta in picchiata della popolarità del premier laburista Jens Stoltenberg ha avuto inizio in quel luglio 2011. Il tema della «sicurezza» ha fatto breccia nella società norvegese: in molti pensano che occorre difendersi dai matti, dagli immigrati e dai «diversi».
L’ex premier Stoltenberg, che aveva dato per scontata la sconfitta, si è detto soddisfatto del risultato finale perché il Partito laburista resta comunque il primo partito norvegese con il 30,9%, come avviene dal 1927. Penalizzati sono i suoi alleati del Partito socialista di sinistra che hanno perso un terzo dei voti, passando da 11 a 7 seggi con il 4%, e del Partito di centro.
La bandiera della storica socialdemocrazia scandinava resta ora nelle sole mani di Helle Thorning Schmidt, premier della Danimarca famosa per le politiche di «flex security». In attesa delle elezioni politiche del 2014, in Svezia il governo è saldamente guidato dal conservatore Fredrik Reinfeldt, al suo secondo mandato. Il socialismo scandinavo è ammalato e bisognoso di cure, proprio come quello mediterraneo.


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