Yulia Tymoshenko presto libera, ma è sempre scontro Ue-Mosca

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Ormai sembra certo: Yulia Tymoshenko, ex premier dell’Ucraina, verrà presto rimessa in libertà e si recherà in Germania a farsi curare la sua ernia al disco. L’ospedale di Kharkiv, la città dell’est ucraino dove sconta la condanna a sette anni rimediata nel 2011, non è in grado di assicurarle la dovuta assistenza medica. Così, almeno, si dice.
Resta da capire se la pena verrà azzerata con un provvedimento di grazia o se soltanto sospesa. Su queste due opzioni, la prima proposta dall’Ue, la seconda dal presidente ucraino Viktor Yanukovich, al potere dal 2010, si gioca una grossa partita politica.
La grazia, comunque sia associata al trasferimento in Germania, è la condizione che l’Ue vincola alla firma degli Accordi di stabilizzazione associazione (Asa), con cui offre all’Ucraina la possibilità di accedere al mercato unico europeo. Bruxelles conta di chiuderli al vertice della Eastern Partnership (si tiene a fine novembre a Vilnius), un’iniziativa con cui cerca di rilanciare l’azione nell’arco post-sovietico, limitando al tempo stesso l’influenza di Mosca. Ma il club comunitario pretende, come detto, la liberazione definitiva della Tymoshenko. Perché ritiene che il processo da lei subito, fondato sull’accusa di aver messo in ginocchio il paese con gli onerosi accordi sull’import di gas russo contratti nel 2009, quando era premier, sia stato politicamente motivato. Un caso di «giustizia selettiva».
Yanukovich non disdegna gli incentivi europei. Gioverebbero d’altronde alla fragile economia ucraina, condizionata pesantemente dai mutui non performanti. Sono un terzo di quelli erogati e terrorizzano gli investitori.
Non è solo questo. La ricerca della sponda Ue è una forma di autodifesa dal crescente appetito russo sull’Ucraina. Con una politica estera “calda” verso la Russia, opposta all’approccio filo-occidentale della Tymoshenko, Yanukovich ha cercato di ottenere uno sconto sui prezzi del gas negoziati dalla Tymoshenko. Per Mosca si può fare a patto che Kiev – questo il diktat – le ceda il controllo della sua rete di pipeline, ponte decisivo per il transito del gas russo in Europa. Pretesa eccessiva, che eroderebbe sovranità. Da qui l’attenzione rivolta alla Eastern Partnership.
Ma Yanukovich non ha intenzione di adeguarsi tanto facilmente alle richieste europee. Graziare la Tymoshenko sarebbe una resa incondizionata e l’ex eroina della «rivoluzione arancione» del 2004-2005 potrebbe inoltre sfidarlo, non senza chance di successo, alle presidenziali 2015. È così che Yanukovich s’è detto disposto a scarcerarla e lasciarla andare in Germania, salvo però, una volta sistemati i guai fisici, farla tornare in patria a scontare il resto della condanna.
Una tale posizione è motivata anche da un calcolo cinico, quanto rischioso. Il Cremlino ha spiegato agli ucraini tutte le conseguenze economico-politiche a cui, dovessero firmare l’intesa con l’Ue, andrebbero incontro. È che Mosca non tollera l’intrusione europea in Ucraina, tassello essenziale del progetto putiniano – la cosiddetta Unione eurasiatica – volto a (ri)amalgamare lo spazio post-sovietico. In queste ore, poi, Gazprom sta chiedendo a Kiev gli arretrati (oltre 600 milioni di euro), pena lo stop alle forniture. La cosa farebbe male, visto che l’inverno è alle porte. E ci rimetterebbe anche l’Ue.
Yanukovich sa che i russi fanno sul serio. Ma sa pure che Bruxelles non ha intenzione di finire intrappolata nelle guerre energetiche tra Mosca e Kiev, né tanto meno vuole che la Russia si “mangi” l’Ucraina, chiudendo per sempre la partita dell’Est. Dunque – questo il calcolo cinico, ma rischioso – gli europei, volendo sventare questo scenario, potrebbero accettare un compromesso al ribasso sulla Tymoshenko.
A questo proposito trapela una nuova, possibile soluzione: Yulia libera, in cura a Berlino, ma interdetta per tre anni dalla politica. In questo modo Yanukovich porterebbe a casa gli Asa e impedirebbe alla sua rivale di sfidarlo nel 2015. Ma non si metterebbe, in ogni caso, al riparo dalle reazioni russe. E il suo problema, in fin dei conti, è proprio questo: se tira la coperta da una parte, si scopre dall’altra.


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