Peggio delle nostre banche solo quelle di Grecia e Cipro Ora serve la ripresa del Pil

Peggio delle nostre banche solo quelle di Grecia e Cipro Ora serve la ripresa del Pil

Era chiaro dall’inizio che gli esami europei sulle banche italiane non potevano essere una passeggiata. Non potevano esserlo in un Paese che negli ultimi sei anni ne ha vissuti cinque in recessione, al punto che le sofferenze bancarie — frutto delle difficoltà dei debitori — arrivano a quota 170 miliardi di euro e rischiano di superare il capitale degli istituti stessi. L’Italia fotografata dalla Banca centrale europea è un sistema in cui il capitale del mondo del credito basta a stento solo per una funzione: sostenere le perdite che possono arrivare alle banche dalle imprese o dalle famiglie che non riescono più a rimborsare i propri prestiti.
Certo non tutto è così semplice, non negli ingranaggi finanziari più delicati del Paese. Non tutte le sofferenze bancarie si trasformeranno in perdite per gli istituti, e parte di esse è già coperta dalle case o dai capannoni messi in garanzia.
Ma se c’è un messaggio che arriva da Francoforte all’inizio di quest’inverno, è che per l’Italia il tempo delle scuse è finito. In questi anni si è spesso sentito ripetere che il sistema bancario è robusto, e almeno in parte il responso di Francoforte di ieri lo conferma. Nell’ultimo anno, in vista degli esami europei, spinte della Banca d’Italia, molte delle principali banche italiane si sono rafforzate. Gli aumenti di capitale sono arrivati, in tutto, a 14 miliardi di euro: le banche italiane hanno trovato investitori pronti a scommettere su di loro anche sui mercati internazionali. Questa tornata di rafforzamento dei patrimoni ha aiutato ad attenuare il colpo arrivato con i responsi di ieri: senza di esso le banche troppo deboli sarebbero risultate nove fra le 15 più grandi del Paese, mentre ora il problema è concentrato solo su Monte dei Paschi e Carige. Anche l’ammontare del capitale mancante ai due istituti rimasti indietro è tutto sommato ridotto, non più di 3 miliardi.
Se però il passaggio della vigilanza alla Bce ha un senso, è perché esso obbliga tutti i Paesi dell’euro a guardare anche sotto la superficie. Qui il paesaggio illuminato ieri dall’Eurotower è un po’ diverso per l’Italia, e apre una nuova stagione. La cosidetta “asset quality review” europea svela che nel nostro Paese a fine 2013 la qualità del capitale delle banche era notevolmente peggiore di quanto si credesse. Il loro patrimonio, ha detto ieri la Bce, era sopravvalutato di ben 12 miliardi: un quarto del totale europeo, ben al di sopra del peso dell’Italia nell’economia dell’area. Grecia e Cipro esclusi, non c’è un esempio di una correzione al ribasso così radicale della ricchezza che si credeva esistesse nel sistema finanziario. Carige, Montepaschi e Veneto Banca devono sforbiciare il loro capitale di base, quello disponibile in ogni momento, addirittura di un terzo o di un quarto. Il Credito Valtellinese, la Popolare di Vicenza, la Popolare di Sondrio, la Bper di circa il 10% e anche più. Sono revisioni che trovano pochi paragoni nel resto d’Europa e impongono di interrogarsi su cosa sia successo in Italia e sulle conseguenze da ora in poi.
Semplicemente, la Bce ha iniziato a stimare la qualità del credito bancario sulla capacità attuale delle imprese debitrici di generare reddito. Non contano più le stime medie sull’andamento dell’economia fra frenata e ripresa, come si usava. E non è solo una disputa fra tecnici di settore: ciò che i nuovi padroni della vigilanza bancaria stanno dicendo, è che il sistema finanziario in Italia terrà in futuro solo se l’economia torna a crescere e a generare reddito. Se non succede, non saranno certo i due miliardi di aumenti di capitale richiesti a due antiche case di Genova e Siena a rimettere l’Italia delle banche in condizioni di funzionare.
Di fatto solo Unicredit, Intesa Sanpaolo e Ubi hanno revisioni del proprio capitale di base simili a quelle dei grandi Paesi europei. Resta ora da capire in che stato siano realmente i bilanci delle circa 700 banche più piccole, quelle fuori dal controllo diretto della Bce e sotto la vigilanza della Banca d’Italia. E anche le fondazioni azioniste dovranno rifare i conti: quelle che in questi anni hanno venduto le quote nelle banche, hanno preservato il patrimonio e ora aiutano le proprie città a resistere alla crisi. Le altre hanno sostenuto sì gli istituti — e molti posti di potere — ma bruciato centinaia di miliardi di antico risparmio pubblico.
I responsi arrivati da Francoforte ieri dicono che questo mondo è finito, e cambierà. Lo farà senza sconti per nessuno: se la crescita non torna, al prossimo giro sarà dura trovare nuovi investitori pronti a riversare altro denaro per tenere in piedi le banche italiane.



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