Il voto sospetto di Baku e la «svista» di Arlacchi

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Con l’Azerbaigian, ricco di caviale, gas e petrolio, all’Italia conviene fare affari e avere buone relazioni. Senza però ignorare che è governato da due decenni dal regime autoritario della famiglia Aliyev. Il 9 ottobre si è votato: presidente uscente riconfermato per la terza volta e con l’85% dei consensi. Il giorno dopo Pino Arlacchi, eurodeputato e capo missione di sette osservatori dell’Europarlamento, parla di elezioni «libere, eque e trasparenti».

Gli aerei che lanciano le bombe a grappolo volano alti e silenziosi. Gli ordigni esplodono a pochi metri da terra sparando pezzi di acciaio che amputano, accecano, feriscono. Questo succedeva nel Nagorno Karabakh nel 1992, gli aerei erano azeri, la popolazione armeno-cristiana. Quando raccontai di quel conflitto pochi sapevano dell’esistenza di una minuscola enclave che si era appena dichiarata indipendente. Un’alzata di testa che l’Azerbaigian non aveva gradito, e continua a mal tollerare visto che dopo 20 anni di negoziati non ha intenzione di firmare un accordo di pace.
Ma questi sono dettagli ignorati dai media internazionali, quello che oggi appare è un Azerbaigian ricco di caviale, gas e petrolio, con cui l’11 agosto scorso abbiamo siglato un accordo per l’esportazione del gas in Puglia. Faremo affari con questo Stato che possiede enormi giacimenti petroliferi, ed ha aumentato la sua spesa militare del 2.300% in pochi anni. Certamente ci conviene avere buone relazioni, senza però ignorare che è governato da due decenni dal regime autoritario della famiglia Aliyev, la quale controlla interamente l’informazione.
Il 9 ottobre 2013 ci sono state le elezioni, e il presidente uscente viene riconfermato con l’85% dei voti e per il terzo mandato consecutivo. Il 10 ottobre Pino Arlacchi, eurodeputato e capo missione di 7 osservatori ufficiali del Parlamento europeo, dichiara che le elezioni sono state «libere, eque e trasparenti». Lo stesso giorno il capo della missione Osce/Odihr in Azerbaigian dal 28 agosto, composta da 388 osservatori, dichiara che «queste elezioni non si sono minimamente avvicinate agli standard Osce».
Perché Pino Arlacchi ha visto la democrazia laddove, secondo autorevoli indici internazionali — Human Rights Watch, Freedom House — la democrazia è invece la grande assente? È un mistero.
In Europa le reazioni non si fanno attendere: il 16 ottobre, dopo la discussione preliminare sul Rapporto Arlacchi al Parlamento europeo, Ulrike Lunacek, portavoce Affari esteri dei Verdi Europei, parla di elezioni caratterizzate da «ben documentate violazioni dei diritti umani, intimidazione dell’opposizione e restrizione dei fondamentali principi democratici».
Werner Schulze, portavoce Affari esteri dei Verdi/Alleanza Libera Europea aggiunge che «un piccolo numero di membri del Parlamento europeo sta minando la reputazione dell’intero Parlamento nella sua lotta per i diritti umani, la democrazia e lo Stato di diritto».
Il 18 ottobre Hannes Swoboda, presidente dello stesso gruppo di cui fa parte Pino Arlacchi, dichiara che «il gruppo dei Socialisti e Democratici prende le distanze dai risultati della missione elettorale per le recenti elezioni presidenziali» e aggiunge: «In Azerbaigian decine di attivisti e giornalisti, incluso un candidato presidenziale, sono ingiustamente imprigionati per le loro attività politiche». Il 22 ottobre è la volta di Sir Graham Watson, presidente dei Liberali e Democratici Europei che «sgomento» per le conclusioni della missione Arlacchi dichiara che «il Rapporto degli osservatori del Parlamento europeo sarebbe ridicolo se non avesse implicazioni così serie, e che la pubblicazione dei risultati elettorali prima della chiusura delle urne dimostra come le elezioni fossero truccate». Il riferimento è a quello che la stampa internazionale ha battezzato come «app-gate», e cioè al fatto che una app ufficiale per smartphone della Commissione elettorale centrale azera ha pubblicato i risultati del voto dando il presidente uscente Aliyev per vincente il giorno prima delle elezioni. Infine, il 23 ottobre, è lo stesso Parlamento europeo ad aprire il dibattito sul rapporto Arlacchi.
Oggi (7 novembre) la capo missione Osce spiegherà le ragioni delle sue critiche al processo elettorale in Azerbaigian. Resta aperta la domanda: perché Arlacchi ha giudicato le elezioni «libere, eque e trasparenti» in un Paese che figura al 139esimo posto (su 167) del Democracy Index 2012 dell’Economist Intelligence Unit? Magari la sua è una convinzione genuina, anche perché il regime azero, per sdoganarsi, non risparmia risorse ed energie in grandi campagne d’immagine in Europa finalizzate ad ingraziarsi parlamentari, giornalisti, intellettuali. Un metodo che a Bruxelles e a Strasburgo chiamano «diplomazia del caviale», denunciato lo scorso anno da 2 rapporti dell’Esi (European Stability Initiative). Non vorremmo sempre pensare male ma ricordiamo che nel 2001 l’operato di Pino Arlacchi all’Onu come capo dell’agenzia antidroga venne duramente contestato dall’organo di controllo interno delle Nazioni Unite: considerato accentratore di potere e con una gestione poco trasparente, Kofi Annan gli sospende l’incarico.


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