Nord Corea, la stella Usa del basket canta per il dittatore

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PECHINO — La voce non era dolce come quella di Marilyn Monroe che dedicò «Happy Birthday» al presidente Kennedy nel Madison Square Garden di New York nel 1962. Ma la canzone era la stessa, il luogo un altro palazzetto dello sport. La città Pyongyang, capitale della Corea del Nord, dove ieri Dennis Rodman, ex star del basket americano, si è presentato con una squadra di dieci campioni in pensione della National Basketball Association (la famosa Nba) per fare un regalo di compleanno a Kim Jong-un, il dittatore. E di fronte a 14 mila persone tra le quali il trentunenne Kim, la moglie Ri Sol-ju e uno stuolo di gerarchi, Rodman ha intonato «Happy Birthday» per l’amico, capo del regime più isolato e temuto della terra.
L’evento è stato preceduto (e sarà seguito) da molte polemiche negli Stati Uniti. Rodman, 52 anni, un passato tra i Chicago Bulls e i Detroit Pistons, una breve storia d’amore con Madonna, un’infinità di tatuaggi e piercing che gli spuntano da narici, labbra, capezzoli, ne è consapevole.
Il «cattivo ragazzo» del basket Usa ormai è di casa in Corea del Nord. È alla quinta visita, definisce Kim «il più caro amico, un giovane e grande maresciallo» e sostiene di voler aprire una pagina di «diplomazia del basket», sul tipo di quella del ping pong che a inizio degli anni Settanta portò al disgelo tra Stati Uniti e Cina. Ma dietro quella svolta della storia c’erano in realtà i colloqui segreti tra Henry Kissinger e il ministro degli Esteri cinese Zhou Enlai: il ping pong fu una sorta di copertura mediatica.
Rodman invece è stato sconfessato dal Dipartimento di Stato di Washington e si è appena meritato il titolo di «celebrità meno influente del mondo» in una lista compilata dalla rivista americana G . La motivazione: «Dennis è disposto al tradimento solo per frequentare un dittatore che aspira a diventare una celebrity».
Oltretutto, se davvero voleva fare l’ambasciatore di buona volontà, Rodman ha perso l’occasione di chiedere al «caro amico maresciallo» un gesto di umanità nei confronti del connazionale Kenneth Bae, guida turistica e missionario cristiano incarcerato a maggio dai nordcoreani e condannato a 15 anni di lavori forzati per attività sediziose. Alla Cnn che gli chiedeva del prigioniero, Rodman ha risposto infuriato: «Dovreste capire quello che ha fatto Kenneth Bae in questo Paese… Mi piacerebbe davvero parlarne». «Sconvolgente, non sa nulla di Kenneth», ha replicato la famiglia dagli Stati Uniti.
Per la cronaca, nei primi due quarti dell’incontro tra le vecchie glorie della Nba Usa e i nordcoreani, la squadra di Pyongyang era in testa 47-39. Forse, faceva parte del regalo. Poi i giocatori si sono mischiati in segno di amicizia sportiva.
Comunque si voglia giudicare la «diplomazia del basket» del bislacco Rodman, dice molto il fatto che per avere uno sguardo sulla Nord Corea ci si debba affidare ai suoi racconti. E che per conoscere l’età presunta di Kim Jong-un, succeduto nel 2011 al padre Kim Jong-il morto di una malattia tenuta segreta, si debba fare affidamento sulla memoria di uno chef giapponese che frequentava la corte dei Kim: secondo Kenji Fujimoto, l’attuale grande leader nordcoreano è nato l’8 gennaio del 1983.
Buon compleanno a Kim, che ordina test nucleari, minaccia di attaccare Usa, Sud Corea e Giappone, sfama almeno tre milioni di nordcoreani solo grazie agli aiuti umanitari dell’Onu e nel tempo libero elimina uno a uno i potenziali rivali interni.
Guido Santevecchi


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