L’orgoglio ritrovato dell’orso russo

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 Una generazione dopo il Natale dell’ultima follia sovietica che avrebbe distrutto una nazione, un sistema e un falso mito, nel ben più mite clima del Mar Nero i cinque cerchi rossi di allora hanno assunto colori più allegri. E il freddo di una guerra vera è diventata la neve artificiale di uno show di animosità politica e civile intensa e fondata, ma almeno senza rischi di conflitto mondiale.
Il confronto tra lo sfarzo coreografico della cerimonia di apertura ieri a Sochi, con tutta la magnificenza creativa della quale i russi sono capaci e il torvo, plumbeo avvio dell’Olimpiade mutilata di Mosca 1980 ha raccontato nel modo più vivido, per immagini, la strada che la “Rodina”, la gran madre Russia ha percorso dal 19 luglio di quell’anno al 7 febbraio del 2014 e quella che ancora deve fare. “Misha”, l’orsacchiotto bruno che fu la mascotte di Mosca, e a troppi aveva ricordato la classica icona del temibile orso russo, si è frantumata in tre pupazzi sciocchini e inoffensivi, la lepre, il leopardo delle nevi e l’immancabile orso — ma bianco — che simboleggiano la narrazione di questa nuova Russia apparentemente giocosa.
Ma neppure la scenografia festosa, tanto allegra da avere ridotto a macchiette danzanti con un missile “Sojuz” di cartone sulle spalle anche quei Cosmonauti che con Gagarin tanti brividi inflissero agli Americani, ha potuto nascondere come dietro i peluche, i fuochi artificiali, le meduse danzanti, le isole di luce galleggianti, la propria immensità e il proprio orgoglio. La voglia di essere ancora impero e potenza. Per chi abbia memoria di altre epoche, per chi abbia avuto il compito di vivere nella Mosca 1980 e conservi l’angoscia di una capitale desertificata per depurarla da ogni possibile manifestazione di dissenso, è bastato rivedere il coro dell’Armata Russa in azione per rivedere istantaneamente l’Armata Rossa.
Tutto, inesorabilmente, automaticamente, riporta anche i simboli più innocenti a una lettura politica, perché dalla Berlino 1936 nessuna Olimpiade potrà mai sfuggire alle ombre di malizie politiche intrecciate con l’evento sportivo. E troppo vicina è ancora l’altra, se altra era, Russia. Quando lo squadrone tedesco è sfilato esibendo un’orribile tuta multicolore da circo equestre, è stato inevitavibile pensare a una deliberata allusione all’arcobaleno simbolo della non discriminazione razziale e sessuale, anziché attribuirla al semplice cattivo gusto teutonico.
Non c’era nessuna provocazione, ha dovuto subito precisare la Cancelleria di Berlino, ma il pensiero, vista la assenza di Angela Merkel, era scattato.
Forse non c’è stata alcuna intenzione di sfottò volgare contro Obama nella scelta della meravigliosa pattinatrice plurimedagliata, la sessantacinquenne Irina Rodnina, come ultima tedofora per accendere quella sorta di ciminiera da altoforno che è la torcia olimpica. Ma la Rodnina fu colei che aveva twittato pochi mesi or sono il fotomonatggio di una banana sovrimpressa sopra il volto di Barack Obama e di nuovo è partito il sospetto di un calcetto negli stinchi al Presidente che più di ogni altro si è speso per condannare il miserevole palmarès di Vladimir Putin in materia di diritti civili e politici.
Il boicottaggio di Obama, rimasto a casa come i più rilevanti capi di governo europei per significare con la propria assenza la condanna, non è neppure lontanamente confrontabile con la devastazione dell’Olimpiade Mutilata che Jimmy Carter impose anche agli alleati e ai satelliti americani nel 1980.
Questo di Sochi è uno schiaffo, ben a dovere assestato. Quella di Mosca ’80 fu una pugnalata che uccise il sogno di una vetrina di rispettabilità appesa ai cinque cerchi. Sessantacinque nazioni, dall’Albania allo Zaire, non si presentarono. Altre sedici, fra le quali tutte le europee comprese nella Nato presero parte nascondendosi dietro vari espedienti, chi non marciando nella cerimonia d’apertura come l’Italia, chi competendo soltanto sotto la bandiera del Comitato Olimpico, senza maglie e bandiere nazionali.
A Sochi sono invece andate tutte le nazioni che avessero i soldi per andarci, comprese le Isole Cayman, il Qatar, le Bahamas altre, non considerate una culla di sport invernali.
L’omaggio alla Nuova Russia, alle sue ritrovate aspirazioni di potenza non più bipolare, ma decisiva, è stato corale. E se il volo della fanciullina sopra la storia e la cultura nazionali nel ripasso storico ormai divenuto inevitabile dopo Londra 2012 lo inflisse al mondo, ha preferito soffermarsi su Tolstoj anziché su Stalin, sull’eroismo dei difensori della “Rodina” e sorvolare sulle atrocità della Lubjanka e del Gulag, Sochi trasuda un orgoglio che neppure l’approssimazione organizzativa ha potuto attenuare.
Una generazione fa, la agonizzante cricca dirigente del Pcus, colpita a morte dall’avventura afghana che l’avrebbe finita ben più del riarmo e delle millanterie fantamilitari di Ronald Reagan, sembrava vergognarsi di sé, dietro il cipiglio dei gerarchi sulle tribune d’onore. Sapeva di veglia, più che di battesimo. E tradiva la propria insicurezza nella trasformazione di Mosca da grande festa della gioventù e del turismo spontaneo in un campo di marte.
Di Putin si possono dire molte pessime cose, ma non che si vergogni di sé, della Russia fantasmagorica che ha costruito per i fortunati che gli sono amici, della propria volontà di misurarsi da vicino con il resto del mondo, dopo le decadi della kolyma. L’Impero del Male vuole presentarsi come l’Impero delle Luci. Misha non abita più qui e se la fanciulla della storia ha qualche forte amnesia e dovrà pur ricordarsi per continuare a volare, anche altre nazioni hanno molto da dimenticare e da farsi perdonare.


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