Pasticcio pd in Emilia-Romagna Indagati Richetti e Bonaccini

Pasticcio pd in Emilia-Romagna Indagati Richetti e Bonaccini

MILANO — «Quando partirà la gara, dirò la mia. Aspettiamo il 12 (giorno successivo alla scadenza per le candidature, ndr ), vediamo quello che succede». La frase di circostanza con cui Pier Luigi Bersani domenica, alla Festa dell’Unità di Bologna, aveva tagliato corto sulle primarie in Emilia-Romagna, glissando le domande dei cronisti, assume due giorni dopo tutt’altro sapore. Perché di cose ne sono successe, eccome: la gara ancora non era partita, ieri, che già cambiava tutto in quella che doveva essere una corsa a tre, tra i democratici, per la scelta del candidato per le Regionali del 23 novembre.
Matteo Richetti, renziano dalla prima Leopolda, deputato, ex presidente del Consiglio regionale, aveva le firme già pronte per la candidatura ma ha rinunciato a correre. Lo ha deciso lunedì sera e lo ha comunicato pubblicamente ieri mattina. Poche ore prima che si diffondesse la notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati, con l’accusa di peculato, per l’inchiesta sulle «spese pazze» del Consiglio regionale emiliano. E Richetti non è il solo a essere finito nel mirino della procura di Bologna: anche l’altro big in gara, Stefano Bonaccini — responsabile Enti locali nella segreteria di Renzi, segretario regionale del Pd, ruolo da cui si è autosospeso per le primarie — risulta indagato per peculato.
L’indagine sui rimborsi ai gruppi in Regione (che riguarda gli anni dal 2010 al 2012 in cui Richetti era presidente dell’assemblea e Bonaccini consigliere) coinvolge anche altri sei democratici, ma le iscrizioni riguardano anche altri gruppi e quindi gli indagati potrebbero essere di più (oltre a tutti i capigruppo, già nel mirino della Procura un anno fa).
E dire che quella di ieri doveva essere la giornata che avrebbe posto fine alle polemiche per dare il via, finalmente, a quelle primarie che il premier aveva definito «un bel casino», per via della sfida tra due big del campo renziano: Richetti, fedelissimo della prima ora, ma i cui rapporti con il segretario appaiono ora più freddi; e Bonaccini, che si è schierato con Renzi all’ultimo congresso, ora nella sua squadra di partito. Una sfida che il premier non gradiva, ma alla quale alla fine aveva dato il via libera. Ieri, invece, c’è stato il passo indietro di Richetti. Che, precisa il suo legale, non è legato all’inchiesta. Lo stesso deputato ha spiegato che è stata una scelta personale («di quelle che non ci dormi») per porre fine alle polemiche: «L’unità è un valore che va non solo dichiarato ma anche praticato. Per questo non metterò in campo la mia candidatura». E ancora: «Nel tempo in cui stiamo portando avanti riforme importanti per l’Italia accolgo l’invito, arrivato da più parti, all’unità. Non basta prendere applausi scroscianti dal nostro popolo, dai democratici, quando si fanno appelli alla coesione, bisogna saperli realizzare».
E se c’è chi si lamenta della giustizia «a orologeria», come il consigliere regionale Beppe Pagani, tra chi è vicino a Richetti c’è anche chi accusa pressioni da Roma, precedenti all’inchiesta. Tanto che Pippo Civati si chiede: «Si parla di “forti pressioni da Roma”. Strano perché il premier aveva dato il proprio via libera alla sfida. Credo sarebbe interessante saperne di più». Renzi non ha voluto rispondere sull’argomento ai cronisti che lo hanno intercettato al termine della registrazione di Porta a Porta . Ci ha pensato invece Maria Elena Boschi a smentire le voci di un intervento del leader del Pd: «Assolutamente no. Non ci sono state richieste da Roma. È stata una sua scelta», ha detto il ministro. Che ha aggiunto: «Mi auguro che Bonaccini possa dimostrare la sua innocenza. Valuterà lui cosa fare».
Appare determinato a tenere duro, Bonaccini, e continuare la corsa (anche se ieri ha annul-lato tutti gli appuntamenti in agenda, inclusa la partecipazione alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia). «Confido di poter dare al più presto ogni opportuno chiarimento», ha detto, mettendosi a disposizione della Procura. A questo punto se la vedrebbe con l’ex sindaco di Forlì, Roberto Balzani (ieri loro due hanno presentato le firme per le candidature), sfida che lo vedrebbe favorito.
Ma non è ancora esclusa l’ipotesi di una scelta che arrivi fuor di primarie. Si fanno i nomi, circolati già nei giorni scorsi, degli emiliani di governo: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio, ex sindaco di Reggio Emilia; e Giuliano Poletti, ministro del Lavoro ed ex numero uno di Legacoop. Mentre circola anche il nome di Daniele Manca, il sindaco di Imola, anche lui ex bersaniano, ora con Renzi: nome su cui, già ad agosto, i «nuovi» e i «vecchi» del partito in Emilia hanno cercato l’intesa. Invano.
Comunque, di tempo non ce n’è molto. Le primarie saranno il 28 settembre. Pochi giorni dopo dovrebbe arrivare a conclusione l’indagine sulle spese del Consiglio regionale.
Renato Benedetto



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