«Le dinastie sono quel che rimane quando la gente normale non vuole far politica». Questo, in quattro parole di genio lanciate ieri da uno sconosciuto su Twitter, è lo stato dell’arte — uno dei molti, vabbé — dopo le elezioni americane di Midterm. I rampolli, i nipoti, i cugini hanno vinto, hanno perso, soprattutto hanno partecipato. Perché fanno parte del circo da sempre, hanno maggiori entrature, per loro è più semplice ottenere fondi. Soprattutto, perché hanno nomi noti, è più facile conoscerli e riconoscerli, e in un gigantesco Paese di gente spaesata possono essere rassicuranti. Da votare; da bocciare, anche. Per dire. «Son i piccolini marroni» («the little brown ones»), è una frase criticata dai politicamente corretti ma inconsapevolmente preveggente. La pronunciò, alla convention di New Orleans del 1988, George Bush padre, all’arrivo dei nipotini figli di Jeb. Ora Jeb riflette su una candidatura alla Casa Bianca nel 2016 (il clan lo vorrebbe, tranne la mamma, l’ottima Barbara, che ama l’ex governatore della Florida ma fa capire che un terzo presidente Bush sarebbe una cafonata). Mentre suo figlio, il bruno, ambizioso George Prescott — detto P — è appena stato eletto Land Commissioner in Texas.
I Bush vincono, i Carter, tanto per cambiare, perdono. Jason, senatore dello Stato, è stato sconfitto dall’uscente governatore repubblicano della Georgia. Online si vedono foto dell’onesto nonno con signora che insieme a lui guardano i risultati su un tablet. Sempre in Georgia, ha perso un’altra candidata perbenissimo, Michelle Nunn, figlia di Sam, gran senatore democratico ma anche — allora usava — bipartisan. Nunn e il repubblicano Richard Lugar lavorarono insieme per fare smantellare le armi nucleari nel blocco sovietico. Poi, nel 2012, Lugar fu sconfitto alle primarie dell’Indiana da un tizio del Tea Party; poi, il 3 notte, Michelle Nunn si è arresa a David Perdue, cugino di governatore, imprenditore delocalizzatore di posti in uno Stato con disoccupazione devastante (qui la dinastia non c’entra, c’è altro). Destini misti per un’altra dinastia, quella western degli Udall. Il mitologico capostipite Mo, liberal e amicone di John McCain, si diede da fare con lui per salvaguardare l’Arizona. Suo figlio Mark è stato sconfitto in Colorado dopo una legislatura in cui si è distinto nel golf ma anche nella difesa dei cittadini contro i controlli stile Nsa. Suo cugino Tom Udall è stato comodamente rieletto in New Mexico, d’altra parte. Ted Kennedy junior, figlio del grande Ted, è stato eletto al Senato del Massachusetts, e pure criticato per i contributi di zii e cugini. Ma c’è un’unica figura dinastica che interessa, ora. Ha più problemi di prima. Si chiama Hillary Rodham, coniugata Clinton.
Una tregua in Ucraina è più nel campo delle possibilità che delle probabilità: questo vertice in Alaska è il gelido passaggio a Nord Ovest di una guerra che dura da tre anni e mezzo e che non finisce domani
Com’è possibile che gli stessi quartieri esplodano per primi, qualunque sia la causa scatenante dei disordini? Potrebbe avere a che fare con la razza e la classe, la povertà istituzionalizzata o la semplice mestizia della vita quotidiana? I politici della coalizione (compreso il nuovo New Labour, che potrebbe iscriversi per un governo nazionale se la recessione dovesse crescere in fretta), con le loro ideologie pietrificate non possono dirlo, perché i tre partiti sono tutti corresponsabili della crisi. Sono loro che hanno creato il pasticcio.
L’annuncio ufficiale. Macron getta la spugna dopo 9 anni di impegno militare nel paese saheliano. Ma “internazionalizza” il ritiro per non offrire il fianco agli attacchi della destra sul «declino» di Parigi
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