Tunisia, la primavera araba ha il volto laico (di un ottantottenne)

Tunisia, la primavera araba ha il volto laico (di un ottantottenne)

Il futuro delle primavere arabe punta su un signore di 88 anni. Un ministro dei tempi di Bourghiba, fiero oppositore di Ben Ali. Un uomo che gestì l’ingombrante presenza dell’Olp d’Arafat a Tunisi, bombardamenti israeliani compresi. Un intellettuale di radici sarde — i bisnonni erano mamelucchi che emigrarono in Tunisia — e di studi parigini. Oggi Beji Caid Essebsi si candida a diventare il primo, vero presidente dopo il «benalismo». Favoritissimo. Non è detto che ce la faccia al primo turno, anzi è molto probabile che s’andrà a un ballottaggio di fine anno, ma i sondaggi sono tutti per lui: da una parte l’usato sicuro, dall’altra un futuro che un po’ spaventa. Contro Essebsi giocano al momento solo l’età — troppo anziano forse per reggere cinque anni di mandato, con fondamentali scelte di politica estera e di difesa — assieme all’avere imbarcato molti ex del regime. Ma in ottobre i tunisini hanno dimostrato d’infischiarsene e hanno dato la maggioranza al suo partito nuovo di zecca, Nidaa Tounes — letteralmente: chiamata per la Tunisia, quasi un ultimo appello — per dimostrare che almeno una delle rivoluzioni ce la può fare.
Bruciano la Libia e la Siria? Sono zittite le piazze d’Egitto e Bahrein? Barcolla lo Yemen? Prima a rivoltarsi quattro anni fa, la Tunisia lo è stata anche nell’archiviare gli esperimenti islamisti. Il partito dei Fratelli musulmani Ennahda è stato ridimensionato al secondo posto, i salafiti sono all’angolo (anche se è da qui che parte il numero maggiore di jihadisti per il Califfato), il Paese alla fine s’è dato una nuova Costituzione, «la più avanzata del mondo arabo», diritti delle donne e niente sharia. Essebsi punta su questi fattori per sbaragliare il più temibile degli avversari, Moncef Marzouki, il presidente ad interim, un liberalsocialista che strizza l’occhio agli islamici senza esserne troppo ricambiato: Ennahda non ha presentato nemmeno un candidato, puntando forse a una lottizzazione nel futuro governo nominato dal presidente. Gli altri in lizza, una ventina e all’apparenza solo comprimari: Slim Rihahi, il Berlusconi tunisino magnate del calcio, che ha sorpreso all’ultimo voto; l’uomo delle sinistre, Hammami.
E l’unica donna, la più mediatica: Khaltoum Kannou, giudice che fu famosa per la sua opposizione a Ben Ali, una campagna puntata molto sull’immagine e sul sogno d’una Tunisia più laica. «We Kannou», il suo slogan, come il We Can di Obama. Dicono che non può andare al ballottaggio ed è difficile che ci vada. Ma partecipare è già potere.
Francesco Battistini


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