Schiaffo a Obama da sinistra, il congresso blocca il Tpp

Stati uniti. Rischio liberalizzazioni selvagge, la fazione “no trade” dei democratici vota contro il trattato sul libero commercio con 12 paesi asiatici. Cocente sconfitta per il presidente, sulle stesse posizioni dei repubblicani

Luca Celada, il manifesto redazione • 14/6/2015 • Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Internazionale • 774 Viste

Con un voto che ha cla­mo­ro­sa­mente ribal­tato gli equi­li­bri poli­tici, i demo­cra­tici del con­gresso hanno bloc­cato venerdì il trat­tato sul libero com­mer­cio che Obama li aveva implo­rati di appog­giare. Il pre­si­dente aveva chie­sto poteri straor­di­nari per nego­ziare il mag­giore accordo eco­no­mico di sem­pre con 12 nazioni asia­ti­che. Per otti­miz­zare le pro­ba­bi­lità di un accordo Obama voleva dal con­gresso l’autorizzazione ad imple­men­tare una pro­ce­dura abbre­viata che gli avrebbe con­fe­rito la facoltà di nego­ziare libe­ra­mente e pre­sen­tare all’approvazione rapida del par­la­mento un testo non modificabile.

Come nel caso dell’altro grande trat­tato sul libero com­mer­cio, quello tran­sa­tlan­tico (TTIP) in via di discus­sione con l’Europa, il trans-pacific part­ner­ship (TPP), è avvolto dal mas­simo «segreto ese­cu­tivo». I mem­bri del con­gresso pos­sono in teo­ria chie­dere la visione della bozza ma sono tenuti a non divul­garne i con­te­nuti. Se il decreto di Obama fosse pas­sato i par­la­men­tari avreb­bero potuto votare su una bozza defi­ni­tiva ma senza intro­durre modi­fi­che o emendamenti.

Negli ultimi mesi sono comun­que tra­pe­lati ele­menti degli accordi fra cui il poten­zia­mento dei «diritti intel­let­tuali» e dei bre­vetti (quelli sui far­maci ad esem­pio) e mag­giori facoltà per l’industria di sot­trarsi a norme ambien­tali, se neces­sa­rio que­re­lando stati sovrani. Un accre­sci­mento dei poteri delle mul­ti­na­zio­nali che è stato for­te­mente cri­ti­cato dall’ala libe­ral del par­tito del pre­si­dente. Eli­za­beth War­ren, cri­tica di punta degli abusi di Wall Street è stata prin­ci­pale por­ta­voce pro­gres­si­sta della fazione no trade. War­ren ha denun­ciato la segre­tezza che ha avvolto le trat­ta­tive, sfi­dando il pre­si­dente a ren­dere noti i det­ta­gli dei trat­tati. «Il governo non vuole che si sap­pia cosa si sta per fir­mare per­ché sa che la gente sarebbe con­tra­ria» ha dichia­rato il mese scorso la sena­trice del Mas­sa­chus­sets. Molti altri espo­nenti demo­cra­tici hanno espresso forti pre­oc­cu­pa­zioni sul rischio di ulte­riore delo­ca­liz­za­zione a cui par­ti­co­lar­mente il trat­tato asia­tico potrebbe esporre i lavo­ra­tori ame­ri­cani. I sin­da­cati hanno chie­sto garan­zie sull’imposizione di regole inter­na­zio­nali su even­tuali fir­ma­tari emer­genti come Mes­sico, Viet­nam e Peru. La crisi uma­ni­ta­ria dei pro­fu­ghi del sudest asia­tico ha sot­to­li­neato i peri­coli con le recenti rive­la­zioni sul dif­fuso lavoro for­zato in Malesia.

Molti insomma rav­vi­sano nei trat­tati di com­mer­cio nuovi impulsi alla glo­ba­liz­za­zione eco­no­mica a costo di sicu­rezza lavoro e ambiente. «I nostri lavo­ra­tori hanno già perso milioni di posti a causa di pre­ce­denti trat­tati e sono com­pren­si­bil­mente scet­tici» ha dichia­rato Eric Hau­ser, por­ta­voce della prin­ci­pale con­fe­de­ra­zione sin­da­cale AFL-CIO. Ber­nie San­ders, il sena­tore socia­li­sta del Ver­mont can­di­dato alle pri­ma­rie pre­si­den­ziali demo­cra­ti­che, ha fatto dell’opposizione agli accordi il tema cen­trale della pro­pria piat­ta­forma con­tro la dise­gua­glianza sociale. Il suo col­lega dell’Ohio, Sher­rod Brown, rap­pre­sen­tante di un distretto della «rust belt» dein­du­stria­liz­zata, si è detto «infu­riato» dall’energia spesa dall’amministrazione per spin­gere un’iniziativa desti­nata a favo­rire l’industria invece di pro­grammi sociali o l’aumento del minimo salariale.

Sul libero com­mer­cio Obama si è così tro­vato para­dos­sal­mente alli­neato con i repub­bli­cani, in mag­gio­ranza favo­re­voli a una libe­ra­liz­za­zione voluta soprat­tutto da indu­stria e finanza. Mal­grado un appello in extre­mis fatto in per­sona dal pre­si­dente alla vigi­lia del voto, il con­gresso coi voti dei demo­cra­tici ha respinto la richie­sta di Obama che pure aveva aggiunto ulte­riori garan­zie sul risar­ci­mento di even­tuali lavo­ra­tori in mobi­lità. Una scon­fitta cocente che a Obama è costata una pub­blica umi­lia­zione e la defe­zione anche di fede­lis­simi come la lea­der di mino­ranza Nancy Pelosi e al par­tito una vistosa spaccatura.

Un errore di cal­colo per Obama che ha sot­to­va­lu­tato l’importanza attri­buita alla pro­te­zione del lavoro da una forza lavoro ancora esau­to­rata dalla crisi e da una falsa ripresa che ha sosti­tuito impie­ghi sin­da­cali con sot­to­va­loro e pre­ca­riato. Si è invece trat­tato di una vit­to­ria per la sini­stra pro­gres­si­sta che ha dimo­strato una forza poli­tica inso­spet­tata forse anche da essa stessa.

Un segnale infine che secondo molti demo­cra­tici farebbe bene a rece­pire Hil­lary Clin­ton. La can­di­data demo­cra­tica “in pec­tore” ha uffi­cia­liz­zato pro­prio ieri la pro­pria can­di­da­tura. Nel discorso per il lan­cio della cam­pa­gna tenuto a Roo­se­velt Island a New York ha rotto forse non casual­mente il silen­zio mane­nuto finora sulla que­stione com­mer­cio e dise­gua­glianza. Citando Frank­lin Roo­se­velt ha dichia­rato che la pro­pria cam­pa­gna sarà fon­data sull’idea di un’America in cui «una vera pro­spe­rità deve essere con­di­visa da tutti».

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