pubblico impiego

«Inaccettabili aumenti di 8 euro dopo sei anni di blocco dei contratti pubblici»

Pubblico Impiego. Dai servizi ai ministeri, dalla scuola al privato sociale, sabato 28 sfilano nella Capitale i lavoratori pubblici con i sindacati Cgil-Cisl-Uil

Antonio Sciotto, il manifesto • 28/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Sindacato • 777 Viste

«Dopo sei anni di blocco dei contratti, non possiamo accontentarci dei quattro caffè che ci offre Renzi: la piazza lo dirà chiaro, ci vogliono più risorse”. La segretaria generale della Funzione pubblica Cgil, Rossana Dettori, questa mattina manifesterà a Roma con i dipendenti dello Stato, per rivendicare un rinnovo equo e dignitoso. Una mobilitazione che vede coinvolte 25 sigle sindacali, mentre un altro corteo vedrà protagonisti i medici, in difesa del sistema sanitario nazionale. L’attesa è stata troppo lunga, e in mezzo c’è stata anche una sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il congelamento degli stipendi deciso (e ogni anno puntualmente confermato) dagli ultimi quattro governi: Berlusconi, Monti, Letta, Renzi.

Allora è confermato? Per ora solo 8 euro lordi in più al mese? O magari nel frattempo Renzi vi ha risposto e si è ammorbidito?

Né dalla presidenza del consiglio, né dal governo, abbiamo avuto alcun segnale. Per la contrattazione restano stanziati solo 300 milioni di euro. E qualche giorno fa sono stati bocciati due emendamenti, uno di Sinistra italiana, l’altro dei Cinquestelle, che invece chiedevano di stanziare rispettivamente 1 miliardo e 1,5 miliardi per i contratti del primo anno. Le scelte per ora mi sembrano chiare, come d’altronde restano ferme le nostre richieste: ritorno alla contrattazione nazionale e decentrata, assunzione di nuovo personale dove vi siano delle carenze.

Certo ultimamente non avete goduto di una buona immagine, a partire dal famoso caso dei cartellini timbrati in mutande al Comune di Sanremo. Episodi da cui, va detto, vi siete dissociati con nettezza, chiedendo un intervento risoluto nei confronti dei singoli che possono aver sbagliato.

Il problema è proprio quello di qualificare sempre di più i servizi pubblici, coinvolgendo i dipendenti attraverso la contrattazione, ma vorrei ricordare che il blocco non vige da anni solo su quella nazionale, ma anche sull’integrativa. E’ in quest’ultima che puoi organizzare meglio il lavoro, senza dimenticare che la responsabilità deve partire dall’alto, fin dai dirigenti. Ma gli ultimi governi hanno scelto di disinvestire sul pubblico, basta guardare quello che è successo alla sanità: e io temo ci possa essere un disegno di massiccio ingresso dei privati. Per noi solo segni meno: meno addetti, meno assunzioni, meno reddito. Sale solo l’età media dei lavoratori.

I vostri detrattori dicono che i dipendenti pubblici sono addirittura troppi. A vostro parere sbagliano?

Sì, sbagliano, e non lo diciamo noi, ma i numeri ufficiali dell’Istat. Il sindacato ha studiato l’ultimo Conto annuale, insieme alle tavole Istat di “Sintesi dei conti e aggregati economici delle Amministrazioni pubbliche”: emerge una Pa che si restringe, invecchia e risparmia, sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini. In Italia i dipendenti pubblici sono 3 milioni e 333 mila, ma se guardiamo alle percentuali, risultano inferiori quantitativamente a quelli di tanti altri paesi Ue: nel nostro paese si contano infatti 58 impiegati ogni mille abitanti. Siamo ai livelli della Germania (54), ma molto più giù della Svezia, dove sono 135. Ben più alti anche i livelli di Spagna (65), Regno Unito (92) e Francia (94).

E credo veniate da anni di riduzione del personale in base al blocco del turn over, visto che la possibilità di mettere i dipendenti in mobilità e poi di licenziarli (giusta causa a parte, che è sempre esistita) è arrivata solo di recente.

Sì, la flessione è cominciata in particolare nel 2010, anno di blocco delle assunzioni e insieme del rinnovo del contratto. Sempre dai dati del Conto annuale Istat emerge, infatti, come il totale dei dipendenti pubblici sia sceso di 385.200 unità dal 1995 a oggi: ma è dal 2010 che c’è stata un’accelerazione, visto che da allora si sono persi 176.400 addetti. La spesa per i redditi, parallelamente, si è ridotta da 172,5 miliardi nel 2010 a 163,8 miliardi nel 2014 (-8 miliardi e 734 milioni di euro): siamo al 10,9% del Pil. Anche qui il confronto europeo dimostra che siamo sotto la media: in Danimarca, infatti, si spende per i dipendenti pubblici il 19% del Pil, in Svezia il 14%, in Francia il 13% e nel Regno Unito l’11,5%.

E il blocco dei contratti, per concludere, ha falciato i salari.

Secondo i nostri calcoli, in questi sei anni di blocco della contrattazione nazionale e decentrata, i lavoratori hanno perso in media circa 4.800 euro ciascuno. La stessa Istat calcola che dal 2010 al 2014 la retribuzione media lorda pro capite per l’intero universo pubblico è passata da 34.662 euro a 34.272 euro. Ma fateci dire che almeno un segno “più” lo abbiamo, per quanto sia piuttosto amaro: nel 2001 l’età media del dipendente pubblico era di 43,5 anni, nel 2013 (ultimo dato disponibile) siamo arrivati a 48,7. Oltre cinque anni in media in più. Dato portato certamente dall’aumento dell’età pensionabile, ma anche dal blocco del turn over: e così si lasciano fuori energie indispensabili per il rinnovamento delle amministrazioni.

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