Spazi da periferia

Spazi da periferia

Negli ultimi tempi, un rinnovato interesse è rivolto alle periferie delle nostre città e alle aree urbane socialmente più povere. I progetti, al di là della loro dimensione, dei soggetti promotori, della qualità, ma soprattutto del loro grado di fattibilità, avanzano tutti partendo dalla messa in discussione dall’eredità dell’urbanistica moderna.

ALMENO DA TRE DECENNI, la questione resta sempre la stessa: quale destino devono avere le nostre città nelle loro aree più fragili, spesso svuotate e degradate nell’abbandono?
La domanda ha assunto una nuova forza, complice l’aumentare del disagio e delle disuguaglianze sociali e, di conseguenza, l’agitarsi – per lo più inconcludente – della politica, che desidererebbe trasformazioni immediate, produttrici di tangibili risultati (come accade in altri paesi europei), non più soddisfatta di render, workshop e fantasiose simulazioni, ma al tempo stesso incapace di individuare le procedure e le giuste risorse economiche per attuare le «rigenerazioni» annunciate.

Tre pubblicazioni – tutte riguardanti Milano e il suo hinterland – ci offrono l’occasione per illustrare quali siano gli indirizzi disciplinari intrapresi per una riqualifica di contesti urbani in crisi e quali le problematiche da affrontare. Prima, però, è opportuno introdurre il saggio di Cristina Bianchetti – docente al Politecnico di Torino – dal titolo: Spazi che contano (Donzelli, pp. 120, euro 24).

Bianchetti mette in guardia sui pericoli del «riduzionismo» il quale, avvalendosi di «tecnici esperti» promuove regole che con la loro «veste oggettiva» finiscono per difendere sia i diritti individuali sia quelli collettivi. Tuttavia, pur riconoscendo le loro buone intenzioni nel procurare risposte concrete ai bisogni della gente, ridisegnando spazi e luoghi dell’abitare, le soluzioni della «riduzione funzionalista» traspaiono neutre, ubiquitarie, «buone in sé e, in quanto tali esportabili».L’agile libro è un’impeccabile critica sullo stato del progetto urbanistico in «epoca neo-liberale». L’autrice spiega, sulla scorta del nutrito confronto multidisciplinare che intrattiene con la filosofia, la sociologia, la politica, ecc., quali siano i rischi che corre il progetto contemporaneo, influenzato dalle teorie e le pratiche del nuovo o post-funzionalismo.

SE SOLO SI CONDIVIDESSE la sua tesi che, con seri ragionamenti, ci ricorda quanto la «città reale funzioni per incoerenza e temporalità», per accidenti che non s’intercettano perché rinviano al complesso svolgersi delle nostre vite, si comprenderebbe bene quanto ingenue e improduttive siano le proposte per i quartieri di edilizia popolare milanese del Giambellino e San Siro, e ambiguo ciò che ci attende dallo sviluppo delle aree Falck di Sesto San Giovanni.
Prendiamo la prima di queste, quella più ricca di enfasi e che accoglie il maggiore consenso mediatico: il progetto di G124 per le periferie italiane. Il gruppo G124 (giovani architetti con tutor), nato dall’«intuizione» di Renzo Piano, si è dato il compito – attraverso «piccoli interventi di rammendo» – di dimostrare come sia semplice e fattibile «migliorare la vita di un quartiere».

Nel volume dal titolo G124 (Skira, pp. 239, euro 27) Ottavio Di Blasi spiega la metodologia «dal basso» che ha guidato il gruppo. È quella che vede l’«architetto condotto» intervenire con la stessa premura di un medico a curare il quartiere malato da una burocrazia che ostacola, da normative obsolete e da piani regolatori rigidi che ingessano l’azione di saggi e volenterosi architetti.

AL GIAMBELLINO la soluzione individuata da G124 è stata quella di valorizzare lo spazio dell’abitare e del vivere comune attraverso la scelta di «luoghi sensibili» (mercati, scuole, cortili, biblioteche, ecc.) procedendo al loro «innesco» sociale con micro-interventi.
Tutte attività che in altri paesi appartengono alla routine quotidiana della gestione immobiliare e che invece da noi – appare incredibile – sembrano impossibili da realizzare ed è inutile insistere che avvengano.

Ci chiediamo se il Giambellino immaginato da G124 non sia uno degli «spazi della condivisione» dei quali scrive Bianchetti; anch’esso «condiscendente» rispetto a quella nuova urbanità che nelle «dimensioni molecolari» o di «livello più minuto» (Di Blasi), da sola garantirebbe «l’inizio di un cambiamento» nel soddisfare bisogni omogenei e diffusi.

È CERTO CHE COSÌ revisionata la tradizione del moderno, con i suoi errori e contraddizioni, ma anche con le sue gerarchie e valori, ciò che si va a prefigurare sia solo un «ordine» differente, soltanto in apparenza indipendente dalla politica ed estraneo a ogni ideologia. È in questa dimensione «neutrale» che si pone la lettura in Ex Area Falck, idee e progetti nel tempo (Mimesis, pp.137, euro18, a cura di Anna Moro) sull’ex stabilimento siderurgico.

IL RACCONTO A PIÙ VOCI della grande fabbrica descrive ogni fase del suo sviluppo: nascita nel 1906, espansione tra gli anni Venti e Trenta, picco degli occupati alla metà degli anni Sessanta, poi progressiva dismissione e vendita con il subentro di tre società immobiliari (Pasini, Risanamento, Bizzi&P.).
Non una riga è destinata alle motivazioni dell’accorpamento e trasferimento da Milano a Sesto di due ospedali (Istituto dei tumori, neurologico «Besta»). Non ci sono ragioni di natura clinica-sanitaria e nulla si legge sulle complesse vicende giudiziarie che hanno riguardato la gara di appalto della Città della Salute, dell’intreccio politico-affaristico che segna ogni aspetto di questa singolare storia sestese, come se tutto ciò non riguardasse il progetto urbanistico. Le aree Falck come esempio del Self Building City? Ossia come si ridimensiona il ruolo del pubblico per ridefinirne l’apporto di nuovi soggetti tra promotori e destinatari? È probabile.

Non è un caso che l’ultimo capitolo del volume sia rivolto alla «flessibilità nella negoziazione pubblico-privato». Ci si domanda legittimamente per fare cosa se anche Piano – progettista dell’ultimo masterplan – ha preferito dimettersi dall’incarico per la confusione del programma. Ha ragione Bianchetti: «c’è molto conformismo nel progetto contemporaneo e molta acquiescenza. Una quantità di idee consolatorie» che non ci aiutano a prefigurare un futuro migliore se non si individuano delle chiare responsabilità e ruoli.

«Idee consolatorie» sono anche quelle elaborate scorgendo lo svuotamento e la dismissione di alloggi in uno dei quartieri più innovativi del Razionalismo italiano qual è San Siro (1932-47). Shrinking San Siro (Politecnica, pp. 228, euro 15) di Silvia Commisso e Silvia Ranieri affronta, sulla scia degli studi di Philipp Oswalt, lo «scomodo e multiproblematico» dilemma dell’abbandono di alloggi e negozi in un quartiere ormai centrale della città. Lo stato di marginalità di cui soffre San Siro è, come noto, il risultato dei processi di deregolazione e globalizzazione dell’economia che hanno travolto, per dirla con Harvey, il «diritto alla città».

IL SUO DESTINO POTREBBE, forse, interessare il «capitale impaziente» alla ricerca di immediati profitti (lo scenario che attende gli scali ferroviari milanesi) e nondimeno aggressivo, come l’abbiamo conosciuto nella gentrificazione dell’area Isola-Garibaldi-Repubblica. Tuttavia, nell’epoca del neoliberismo, il capitale può assumere la forma «paziente» e riprodursi nelle «virtù umaniste» di progetti post-funzionalisti, come la vicenda Expo ha insegnato e i saggi citati illustrano.
In questo intreccio di scenari – tutti suggestivi ma deboli nelle conseguenze e carenti nel far progredire una nuova cultura urbana – ciò che permane necessario per il progetto è il solo «esercizio critico» del quale il progetto stesso è espressione. Quello che, in altri anni, Lefebvre chiamò la nostra «rivoluzione culturale permanente».

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