Catalogna: scarcerati sei ex ministri ma resta in cella Oriol Junqueras

Due giudici, due misure: a Bruxelles rinviata ancora, la decisione sull’estradizione dell’ex presidente Puigdemont e dei 4 ministri rifugiati in Belgio

Luca Tancredi Barone • 5/12/2017 • Copertina • 299 Viste

BARCELLONA. Nel convulso calendario elettorale prima del voto del 21 dicembre, quella di ieri era una giornata segnata in rosso. In mattinata due giudici diversi, uno spagnolo e uno belga, dovevano prendere decisioni chiave sulla libertà dei membri del governo catalano sospeso dall’applicazione dell’articolo 155. A parte questo, ieri notte alle 12 si è aperta ufficialmente la campagna elettorale più strana e più incerta della storia democratica catalana.

E ancora una volta non sono mancati i colpi di scena. Il caso dei ministri catalani accusati di sedizione era passato la settimana scorsa dalle mani dell’Audiencia nacional a quelle del Tribunale supremo: una decisione che agli occhi di tutti, persino del governo spagnolo, non solo era sembrata opportuna, ma anche foriera di un abbassamento della tensione. In fondo questo tribunale, che giudica tutti i politici coperti da immunità parlamentare, si era dimostrato garantista nei confronti dei membri della presidenza del Parlament di Barcellona, accusati degli stessi reati di cui devono rispondere l’ex vicepresidente Oriol Junqueras e tutti gli altri ministri incarcerati preventivamente.

Invece le cose sono andate diversamente da quanto si aspettavano in molti. Il giudice Pablo Llarena ha deciso di introdurre una scala di gravità per i diversi accusati: per questo i massimi responsabili di una strategia che secondo il magistrato si sarebbe conclusa con una «esplosione violenta», sono rimasti in carcere. Sono Junqueras, il ministro degli Interni Forn, e i “due Jordi” (presidenti delle associazioni indipendentiste Anc e Òmnium).

Per gli altri sei ministri è stata decretata la scarcerazione, previo deposito di 100mila euro ciascuno di cauzione (che Anc e Òmnium avevano già messo assieme nei giorni scorsi per questo scopo). I sei in serata erano già a piede libero.

Il risultato è che il leader di uno dei partiti più importanti del panorama politico catalano (potrebbe arrivare primo o secondo, stando ai sondaggi) non potrà partecipare alla campagna elettorale. Secondo il magistrato, per i 4 rimasti in carcere, che faranno ricorso, più che il rischio di fuga rimane concreto quello di tornare a delinquere.

D’altra parte a Bruxelles, dopo aver ascoltato la difesa, il giudice di primo grado ha annunciato che il giorno 14 deciderà sull’estradizione dell’ex presidente catalano Carles Puigdemont e degli altri 4 ministri rifugiati nella capitale belga. Altri giorni preziosi di libertà per Puigdemont che gli permetteranno, al contrario che il suo principale rivale in campo indipendentista, di partecipare alla campagna elettorale, anche se da lontano.

Di fatto per giovedì è prevista una grande manifestazione a Bruxelles che arriverà fino al parlamento europeo al grido di «wake up Europe» per «denunciare la mancanza di democrazia nello stato spagnolo e rivendicare la libertà di espressione e la libertà dei prigionieri politici». Ennesima prova di forza degli indipendentisti.

Il clima di questa campagna elettorale rimane quindi piuttosto teso. L’ultimo sondaggio pubblicato ieri – da prendere con le molle – dava un quadro di sostanziale parità (fin troppo, forse, per essere del tutto realistico) fra il blocco costituzionalista (Pp, C, Psc) e quello indipendentista (Erc, Junts per Catalunya – la lista guidata dall’ex president Puigdemont – e la Cup) entrambi intorno al 44%. Catalunya en Comú, il movimento guidato da Xavier Domenech e benedetto da Podemos e Ada Colau, si convertirebbe nell’ago della bilancia con qualcosa intorno a un misero 9%. Ma sostanziale parità anche fra Erc e Ciudadanos (sul 21-22%).

Insomma, un bel rompicapo politico. La sorpresa, dicono i sondaggi, la potrebbero dare i socialisti che riguadagnerebbero qualcuno dei molti punti rimasti per strada negli ultimi anni, arrivando a un 16%. Se il Centro di ricerche sociologiche, il principale organismo pubblico dedicato ai sondaggi, ha ragione, la cosa più notevole è che Erc e gli eredi di Convergència, Junts x Catalunya, otterrebbero meno voti dell’attuale coalizione Junts pel Sí, così come la Cup. Ciudadanos avrebbe un boom di quasi 5 punti, mentre il Pp già testimoniale in Catalogna, non arriverebbe al 5%. Più sorprendente ancora è che En comú podem manterrebbe più o meno con gli stessi voti che 2 anni fa alle catalane, molto meno di quelli ottenuti un anno e un anno e mezzo fa alle politiche spagnole, dove era arrivato primo.

A ulteriore conferma che l’asse nazionalista ha schiacciato qualsiasi altro discorso sociale in Catalogna. Nell’interessante dibattito fra le leader Inés Arrimada (Ciudadanos, leader dell’attuale opposizione in Parlament) e Marta Rovira (numero 2 di Erc e capogruppo di maggioranza) domenica, le due non hanno neppure saputo quantificare il tasso di disoccupazione in Catalogna.

FONTE: Luca Tancredi Barone, IL MANIFESTO

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