Reggio Calabria. Il sindacato fa “ponte” contro la secessione

In 25mila da molte regioni al corteo nazionale di Cgil, Cisl e Uil. Landini: «Non si cambia il paese contro il mondo del lavoro». Al centro della protesta la legge sulle «autonomie differenziate» tanto cara alla Lega

Giuliano Santoro * • 23/6/2019 • Sindacato • 248 Viste

La Cisl ricorda i 160 dossier sulle crisi aziendali (molte nel Meridione) che aspettano di essere aperti

REGGIO CALABRIA. «Nessun posto dove fuggire, nessun posto dove andare». Il segretario generale della Cgil Maurizio Landini cita i versi di Bruce Springsteen per provare a tirare il bandolo di una matassa politica e sociale che più volte definisce «complessa». È un aggettivo, quest’ultimo, che adopera in aperta contrapposizione alla corsa al ribasso della comunicazione messo in scena quotidianamente dalla controparte del governo gialloverde: «Non c’è niente di semplice».

Il luogo è di per sé insolito per una grande manifestazione sindacale: la piazza del Duomo di Reggio Calabria. Qui Cgil, Cisl e Uil approdano per la manifestazione conclusiva del primo ciclo di mobilitazioni contro il progetto di autonomia differenziata che l’esecutivo sta portando avanti con alcune regioni del nord. Tra di esse c’è anche l’Emilia Romagna targata Pd, per questo una piccola contestazione accoglie il segretario del Pd Nicola Zingaretti quando si colloca alla destra del palco, accompagnato dal sindaco Pd Giuseppe Falcomatà e da Mario Oliverio, il presidente della Regione Calabria finito al centro di alcune inchieste giudiziarie che al voto del prossimo autunno si gioca il tutto per tutto.

Prima di riempire la piazza, le bandiere dei sindacati confederali sfilano da piazza De Nava lungo corso Garibaldi. I reggini raccontano che fino a pochi anni fa, le edicole che comparivano puntuali ad ogni isolato della strada principale che scorre parallela al lungo mare dello Stretto, dovessero la loro sopravvivenza economica alla vendita di giornali che pubblicavano annunci di lavoro.

Oggi al tempo del voto in massa del sud al Movimento 5 Stelle, del reddito di cittadinanza e della carenza di pubblico impiego, anche la stampa specializzata in concorsi e occasioni di carriera conosce la crisi. Eppure riappare la voce del lavoro organizzato, per difendere l’unità nazionale. O meglio: per evitare che le diverse parti del paese vengano risucchiate nel tritacarne della competizione al ribasso. Qui in Calabria come in altre parti del sud, quella forma di dumping estremo sulla forza lavoro viene già sperimentata nel business dei call center che impiegano la forza lavoro altamente scolarizzata che proviene dagli atenei meridionali, i templi della conoscenza che avrebbero dovuto sfornare una nuova classe dirigente e opportunità di lavoro. «Si calcola che un laureato del sud costa alla famiglia e allo stato circa 240 mila euro – dice il segretario Uil Carmelo Barbagallo – Investimenti che spesso finiscono al nord o all’estero, con la migrazione de cervelli».

L’idea di Landini è che la sfida della globalizzazione non si possa combattere provando a scavare piccole e grandi trincee, o peggio ancora disegnando delle «piccole patrie». Questo è il nesso che gli consente di mettere insieme la richiesta di apertura dei porti e il rifiuto dell’autonomia differenziata. «Noi non dobbiamo aver paura di quelli come noi che per vivere hanno bisogno di lavorare, dobbiamo aver paura di chi ci sfrutta», dice Landini sapendo di parlare a figure sociali che spesso sono finite preda dei messaggi xenofobi del ministro dell’interno.

In piazza alcuni migranti ci sono, molti hanno la bandiera della Cisl. E siccome questa composizione è, appunto, «complessa» e contraddittoria, compaiono anche i lavoratori del Cara di Mineo, che difendono il loro impiego dalla chiusura del centro. I lavoratori della Whirlpool di Napoli raccontano la loro vertenza: «Un giorno abbiamo scoperto che il nostro posto di lavoro non c’era più, era una X rossa nella mappa delle fabbriche. Significa che 420 operai più l’indotto dovrebbero andarsene a casa», dicono. E puntano il dito sull’operato del ministro del lavoro Luigi Di Maio. Insieme a Salvini, sotto accusa c’è il vicepremier grillino. «Nel Def, nella legge di bilancio e nel decreto crescita il governo ammette che la spinta aggiuntiva dell’economia dallo sblocca cantieri non andrà oltre lo 0,1% – denuncia la segretaria Cisl Anna Maria Furlan – È un problema soprattutto per il sud e per i 160 dossier sulle crisi aziendali che sul tavolo di Di Maio aspettano di essere aperti».

Landini conferma il totale disinvestimento verso la questione meridionale, che cozza con la delega che gran parte di questi territori avevano dato al M5S: «Ci piacerebbe poter dire che non ci piace questo o quel provvedimento – esclama – Ma non è così perché semplicemente nella politica del governo sul sud non c’è nulla. Noi diciamo chiaramente che non si sognino neppure di usare i soldi di Cassa depositi e prestiti per far quadrare i conti invece che per finanziare opere sociali e materiali. In questo momento l’unica cose che unisce davvero il paese è la mafia. Nel frattempo Di Maio dovrebbe sapere che l’Istat certifica che è aumentata sia la povertà assoluta che quella relativa. Ormai si è poveri anche lavorando, questo è il fenomeno preoccupante».

«Meno decreti, più dignità», recita uno striscione in fondo alla piazza. Landini raccoglie il messaggio. «Questo governo non ci porta da nessuna parte – attacca il leader Cgil – Non abbiamo bisogno di uomini in solitaria ma della nostra intelligenza collettiva. Non si cambia questo paese senza mondo del lavoro e contro il mondo del lavoro», è il messaggio che Landini invia a Giuseppe Conte e ai due vicepremier rivendicando riduzione del peso fiscale solo per il lavoro e puntando il dito contro i grandi patrimoni (ma senza invocare esplicitamente la tassa patrimoniale). Tutti parlano di clima nuovo tra i sindacati, raccontano di «un’atmosfera che non si respirava da anni» e fanno esplicito riferimento all’unità sindacale.

Landini e la Cgil sono la forza trainante di un disegno strategico tutto da definire, ma il segretario sa che ciò comporta delle contraddizioni, basti pensare all’elogio del Ponte che proprio qui sulla sponda calabra dello Stretto di Messina fanno alcuni manifestanti della Cisl con uno striscione. O al fatto che lo stesso Barbagallo parli della contestata grande opera mancata come esempio di unificazione incompleta del pase. Per questo, il leader Cgil preferisce parlare di processi sociali prima che sindacali. Dice alla piazza che lo applaude senza distinzioni di bandiere: «È quello che ci interessa per davvero: l’unità sociale».

* Fonte: Giuliano Santoro, IL MANIFESTO

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