Femminicidi in crescita, ma i fondi per i centri antiviolenza scarseggiano

Femminicidi in crescita, ma i fondi per i centri antiviolenza scarseggiano

L’ultimo femminicidio è avvenuto poche ore fa, alla vigilia della grande manifestazione organizzata da Non Una Di Meno a Roma in cui a convergere sono state associazioni, centri antiviolenza, movimenti, donne e uomini che hanno ribadito il proprio no alla violenza maschile contro le donne. Si chiamava Ana Maria Lacramioara Di Piazza e aveva 30 anni (si attende l’esito dell’autopsia ma pare fosse incinta), a ucciderla l’uomo con cui aveva una relazione da circa un anno, sposato che, dopo aver tagliato la gola alla donna e averla bastonata sul capo, ha ripulito le tracce, occultato il corpo tra le frasche e cominciato la sua giornata di lavoro di imprenditore, con una pausa pomeridiana dal barbiere.

A PARTINICO, in Sicilia, è successo tuttavia ciò che è riconoscibile ad altre latitudini, non d’Italia ma del mondo, con un copione simile nella sua dinamica simbolico-patriarcale: quando cioè le donne esplicitano la propria libertà, che sia l’uscita da un ruolo di clandestinità (come a quanto pare era risolta a fare Ana Maria) o decidano di separarsi e lasciare chi fino a quel momento le aveva destinate a un preciso compito. La violenza arriva fino all’eliminazione fisica, siano essi ex o attuali compagni, mariti, padri, fratelli, essere situati in piccoli paesi, che siano al sud come al nord, in Italia o fuori dal territorio nazionale. Quando dunque si riportano i dati bisogna considerarli sia nella incidenza numerica (ogni 72 ore, solo in Italia, una donna viene uccisa – tre volte su quattro in casa) che nella sostanza: l’istinto proprietario maschile che è comune denominatore delle violenze, sì di genere visto il carattere soverchiatore e fallocentrico di un unico genere su un altro.
In questo scenario non serve urlare all’emergenza considerato che il fenomeno è, nella sua totale gravità, strutturale – ovvero sistemico, culturale e politico oltre che sociale – eppure i centri antiviolenza, presidi tra i più preziosi della libertà femminile, per le donne e i propri figli, sono in una inaccettabile sofferenza. Solo pochi giorni fa Lella Palladino, presidente di Di.Re (Donne in rete contro la violenza), anche loro in piazza ieri, segnalava quanto pochi e mal distribuiti siano geograficamente i centri e quanto residuali siano i sostegni pubblici (Mariangela Zanni, consigliera D.i.Re, leggendo i recenti rilevamenti Istat relativi al 2017, dichiara che, suddividendo la cifra totale, ogni donna accolta dalle strutture ha avuto a disposizione 76 centesimi al giorno). Nei confini del «codice rosso», non sembra inoltre esserci possibilità di assumere soluzioni all’apparenza elementari come per esempio quella di rendere più agevole lo svincolo dei quattrini, già esigui, che giacciono talvolta nelle casse dei Comuni: capita all’associazione «Thamaia» di Catania, ormai al collasso, che solo pochi giorni fa ha chiesto pubblicamente alle istituzioni competenti che fine abbiano fatto i 70 mila euro destinati al centro antiviolenza; stessa cosa per «L’albero di Antonia» di Orvieto a rischio operatività per ritardo di fondi; altrettanto però si verifica a Potenza, lo raccontava venerdì al manifesto la presidente di «Telefono Donna», Cinzia Marroccoli.

ECCO ALLORA che in un paese che ama l’allarme sguaiato, quando non l’odio inferocito contro il vivente, così come la rassicurante esistenza delle famiglie tradizionali – di cui anche il femminicida di Partinico è un esemplare – bisogna proseguire a presidiare: nelle piazze, nelle librerie, nelle scuole fino ai tribunali con associazioni femministe costituitesi parti civili nei processi – a Ravenna ma anche all’Aquila, ad Alghero e in molti altri luoghi è già in essere. Bisognerà stabilire infine che il dato che risuona dalla piazza femminista e transfemminista di ieri è il contrasto alla violenza maschile e di genere, non solo in Italia ma nel mondo.
Riconoscendo che il femminismo (e le sue pratiche), nel suo movimento e nelle sue ondate, non è un intervallo conciliativo bensì un pungolo esperienziale radicale di irriducibilità, capace tuttavia di restare generativo: contro una cultura della morte, sfondo di un neoliberismo narcisista e sfrenato.
Sembrerebbe una guerra se non fosse invece esercizio ostinato di una pratica che batte con decisione, come in quei telai antichi, una trama che si cuce – e scuce – ogni giorno, in ogni anfratto o paraggio più o meno visibile. Questi tessuti sono i panuelos argentini per la legalizzazione dell’aborto, come quelli fucsia e festosi di Ni Una Menos, le maschere delle luchadoras di Lucha y Siesta fino ad altre stoffe che sono quelle della complessa relazione tra donne. Non è facile tenere il punto in un orizzonte che tende a diminuire quando a screditare o smantellare i luoghi delle donne, a partire dalle proprie parole. Ecco perché la rivolta deve continuare nella sua marea inesorabile e non negoziabile. Riguarda tutte e tutti.

* Fonte: Alessandra Pigliaru, il manifesto



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