I mercati e le aziende davanti alla sfida del cambiamento climatico. Intervista a Paolo Viganò

Intervista a Paolo Viganò

Alberto Zoratti * • 7/4/2020 • Contenuti in copertina, Le interviste di Diritti Globali, Rapporto 2019 • 367 Viste

Gli scenari sul cambiamento climatico si stanno mostrando più accurati che mai, riuscendo a prevedere l’aggravamento della situazione, la perdita di biodiversità, l’indebolimento della resilienza dei territori ai fattori ambientali in continuo mutamento. Quale sia il ruolo che mercati e aziende potrebbero giocare nel contribuire alla transizione ecologica ci viene spiegato da Paolo Viganò, Corporate Social Responsibility (CSR) manager di Rete Clima, Ente del Terzo settore attivo in questo campo.

 

Rapporto Diritti Globali: Gli scenari dell’IPCC sono sempre più apocalittici, e gli eventi estremi si ripetono. Cosa sta accadendo?

Paolo Viganò: Sta accadendo esattamente quanto previsto da decenni dai climatologi di tutto il mondo, e ben descritto dentro i rapporti dell’IPCC (Intergovernamental Panel on Climate Change), che periodicamente hanno analizzato la produzione scientifica in campo climatico. Il clima sta cambiando a causa dell’uomo e delle sue emissioni di gas serra, nell’ambito di un continuo e crescente riscaldamento del clima globale che determina una serie di effetti differenti nei diversi comparti ambientali, verso gli ecosistemi naturali e verso i sistemi socioeconomici umani. Gli ultimi due report dell’IPPC, rilasciati nell’ottobre 2018 e nel luglio 2019, sono particolarmente indicativi in materia di scenari climatici e prospettive: tropicalizzazione del clima nelle attuali fasce climatiche temperate con un aumento in frequenza e intensità dei fenomeni meteo estremi, incremento dei fenomeni di dissesto di versante, aumento del livello dei mari, aumento della siccità e perdite agricole, desertificazione, scioglimento dei ghiacci e dei ghiacciai perenni (fonte di acqua per milioni di persone), aumento dell’acidità dei mari con alterazioni degli equilibri ecosistemici, aumento degli areali di presenza di specie esotiche (alcune portatrici anche di malattie per l’uomo), modifica della circolazione atmosferica con alterazione degli equilibri termici (ondate di calore). Insomma, una serie di conseguenze che rischiano non solo di modificare in maniera intensa il mondo così come lo conosciamo, ma anche una serie di conseguenze sulla possibilità di alimentazione.

 

RDG: Quali strategie di mitigazione e adattamento possono essere attuate dal basso per contrastare un clima impazzito?

PV: A livello “macro” sono state – faticosamente – definite nell’ambito della COP 21 di Parigi nel 2015 una serie di politiche climatiche internazionali che dovrebbero portare alla decarbonizzazione dei vari Paesi sottoscrittori: gli obiettivi definiti a Parigi prevedono di contenere l’incremento del riscaldamento climatico globale “ben al di sotto dei + 2 °C” (rispetto all’era preindustriale), obiettivo che richiederebbe una diminuzione del 45% delle emissioni nette globali di gas serra prodotte dall’attività umana entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010, raggiungendo lo zero intorno al 2050. La mitigazione è però un affare di tutti nel senso che ciascun cittadino può contribuire a ridurre le emissioni collegate al proprio stile di vita, per esempio tramite le proprie scelte di acquisto e di consumo: l’acquisto di prodotti alimentari freschi, locali e di stagione, la scelta di abiti in materiali naturali, la scelta del riuso e di riparare gli oggetti rotti, la scelta della mobilità collettiva e della sharing mobility in ambito urbano, la città a piedi, eccetera. Queste scelte non solo riducono l’impronta dei consumi istantanei, ma hanno anche la straordinaria “potenza” di orientare il mercato che domani produrrà quello che oggi viene richiesto. A livello di adattamento (cioè l’insieme delle azioni rivolte a contenere gli effetti sul territorio degli eventi collegati al riscaldamento climatico), la cittadinanza può fare molto: innanzitutto può chiedere al proprio Comune di realizzare un Piano locale di Adattamento, operare per la forestazione urbana, chiedere la diminuzione delle superfici impermeabilizzate in contesto urbano, costituire associazioni ambientali che possano aggregare informazione e consenso. Oggi la straordinaria avventura di Fridays For Future mostra come in poco tempo le istanze ambientali possano aggregare consenso e azione, una soluzione importante. A livello di aziende, la strada di azione climatica è altrettanto ampia e interessante anche in una logica di crescita dell’efficienza nell’uso delle risorse – e quindi – di razionalizzazione dei consumi e di risparmi anche economici. Innanzitutto, per una azienda ha senso mappare la propria impronta ambientale, identificando gli ambiti produttivi in cui la propria impronta è maggiore: questi sono i primi ambiti dove intervenire, in chiave di riduzione e successiva compensazione della propria impronta ambientale aziendale, per poi ampliare la visione, e l’azione, verso l’intera filiera produttiva e i propri fornitori, chiedendo anche a loro un miglioramento delle proprie performance ambientali verso la promozione di una “green supply chain”, una filiera verde, vale a dire un approccio minimizzi l’impatto ambientale di un prodotto o di un servizio lungo il suo ciclo di vita.

 

RDG: Il mercato delle emissioni di carbonio si sta ristrutturando, dopo anni di prezzi bassi qualcosa sembra stia cambiando. Cosa sta succedendo?

PV: In realtà, il prezzo del carbonio sta avendo un (positivo) incremento di prezzo solo in relazione al mercato obbligato europeo, con particolare riferimento ai permessi di emissione (European Allowances, EUA): si tratta dei permessi collegati al sistema Emission Trading Scheme (EU-ETS), lo strumento che l’Europa ha utilizzato come cardine per le proprie politiche climatiche continentali. Lanciato nel 2005, il sistema di scambio delle quote di emissione dell’Unione Europea ha avuto più di un problema rispetto alla calibrazione del numero di “permessi di emissione” per i settori economici più inquinanti, oggetto della regolamentazione emissiva europea: da oltre 30 euro/t CO2 nel 2008 si è assistito a un vero e proprio crollo dei prezzi fino a meno di 5 euro/t CO2 nel 2013.

La causa di questa anomala discesa dei prezzi degli EUA può sicuramente risiedere nella grande crisi finanziaria globale, ma effettivamente l’eccesso di offerta nel mercato dei permessi è stata la causa più importante nel determinare quest’anomala diminuzione dei prezzi degli EUA. Ciò spiega perché l’UE ha provveduto alla riforma del sistema EU-ETS, orientandosi a diminuire la disponibilità di quote, che saranno ridotte del 2,2% fino al 2030. Una situazione che già oggi ha riportato i prezzi degli EUA sopra i 25 euro/t CO2: questa dinamica dimostra il fatto che il prezzo del carbonio è una conseguenza di scelte politiche (comunitarie), segnale del fatto che gli Stati (e/o le strutture politiche superiori) devono necessariamente esercitare un’azione regolatoria anche nel settore del carbonio e della tutela ambientale. A livello finanziario ciò ha comportato il fatto che i future sul carbonio hanno registrato un guadagno cumulativo del 375% tra luglio 2017 e luglio 2019, posizionando così il carbonio al primo posto tra le “materie prime” più performanti degli ultimi due anni, superando oro, petrolio e palladio.

A livello energetico questo incremento dei permessi di emissione ha invece comportato l’ottimo risultato di rendere sempre più antieconomico il carbone, il peggior combustibile dal punto di vista climatico: grazie anche all’aumento della produzione energetica da fonti rinnovabili, in Europa la generazione elettrica a carbone è calata del 19% nei primi sei mesi del 2019, un risultato eccellente!

 

RDG: Come è possibile compensare le emissioni crescenti con progetti sostenibili a livello locale? Quali buone pratiche si potrebbero portare a esempio?

PV: Rete Clima, l’Ente del Terzo settore che ho fondato, è attivo in questo campo sviluppando progetti di nuova forestazione nazionale, rivolti alla rinaturalizzazione del territorio, alla generazione di servizi ecosistemici sul suolo nazionale, all’aumento della resilienza delle città rispetto agli effetti del cambiamento climatico, al contrasto del riscaldamento climatico globale, grazie allo stoccaggio di CO2 operato dagli alberi in crescita. Consideriamo questa nostra progettualità, realizzata nell’ambito del nostro Protocollo Forestazione Italiana®, un esempio di come poter operare “dal basso”, lavorando cioè su quel territorio locale che merita occasioni di aumento di naturalità: considerando poi che questa progettualità è svolta in collaborazione tra soggetti pubblici (Comuni, Parchi, eccetera) e soggetti privati (Aziende) crediamo di aver chiuso il cerchio, potendo effettivamente coinvolgere tutti i diversi attori che incidono sul territorio dentro un percorso virtuoso di aumento della sostenibilità del territorio stesso.

 

RDG: Quale potrebbe essere il ruolo delle imprese e dei mercati in tutto questo?

PV: Come già accennato sopra, le aziende possono giocare un ruolo centrale in questi processi di diffusione di naturalità e di sostenibilità sul territorio locale. Non tanto e non solo giocandosi nel sostegno economico a questi progetti, quanto più invece muovendosi in una logica di partecipazione attiva alla vita del territorio su cui incidono, lavorando per il suo miglioramento ambientale e per la sua riqualificazione. Con una visione globale, rispetto alle macro-dinamiche ambientali che incidono sul mondo intero. Ciò vuol dire che le aziende, a partire dalla partecipazione diretta ai progetti forestali (piantando le piante che hanno finanziato), possono avviare percorsi di formazione ambientale aziendale, mappare l’impronta ambientale dei propri processi e dei propri prodotti e/o servizi erogati, farsi parte attiva di un personale percorso di disinquinamento e di decarbonizzazione, in una logica di responsabilità anche verso il clima globale.

 

RDG: E quale effetto può avere un movimento in crescita come Fridays For Future, composto da molti giovani e giovanissimi?

PV: Fridays For Future è un movimento di opinione straordinariamente interessante, che può giocare un ruolo fondamentale a livello di diffusione di idee e di sensibilità, di ingaggio e di contaminazione verso contesti oggi ancora troppo lenti a prendere coscienza circa i rischi climatici presenti e prospettici: contesti che possono essere identificati magari nelle loro famiglie, nel sistema scolastico, nel mondo degli adulti in generale. I giovani sono caratterizzati da un entusiasmo spesso ingenuo ma sicuramente contagioso, hanno voglia di “fare la cosa giusta” e la causa climatica oggi è davvero la causa giusta, date le possibili conseguenze su tutti i comparti ambientali e sui sistemi socioeconomici umani che il riscaldamento climatico può generare. Questi giovanissimi prima o poi diventeranno adulti, speriamo con una sensibilità tale da portarli a essere attori attivi di scelte “climate friendly” dentro le proprie realtà professionali e di vita: scelte individuali che si possono aggregare in scelte collettive, capaci davvero di riorientare anche il mondo economico e della produzione.

 

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Paolo Viganò: esperto di formazione tecnica in campo ambientale con successiva esperienza nel campo dell’energy management e della modellistica ambientale, con particolare riferimento alle tecniche di Life Cycle Assessment (LCA) e di valutazione dell’assorbimento forestale di carbonio per la compensazione delle emissioni di gas serra. Oggi Corporate Social Responsibility manager in Rete Clima, impegnato nell’accompagnamento delle Aziende verso un aumento della sostenibilità e verso la loro decarbonizzazione con una particolare attenzione al territorio locale in Italia.

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* Intervista pubblicata nel 17° Rapporto Diritti Globali – “Cambiare il sistema”, a cura di Associazione Società INformazione, Ediesse editore

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