[i nuovi] Diritti Umani

I DIRITTI E L’ORIZZONTE DELLA LIBERTÀ

La svolta
Anche in questi ultimi due anni i diritti umani sono stati sottoposti a un intenso attacco, del quale si vanno sempre meglio definendo cornici, strategie e finalità. C’è da osservare, però, che la crisi globale in corso ha avuto un involontario lato positivo: il disvelamento progressivo delle architetture e strutture di potere che stanno soffocando il mondo, i diritti e la libertà. Associato a questo, va rilevato un altro effetto indesiderato, di portata ancora più dirompente: l’incubarsi di una mobilitazione dal basso, tanto sul piano locale che su quello globale, che dell’esercizio dei diritti ha fatto l’orizzonte della sua quotidianità.

Si è aperta una dimensione nuova, entro cui il mondo, i diritti e le libertà non sono più filtrati dagli occhi del potere. Nei confronti della libertà, il potere ha la cecità furente dell’omicida. Le nuove insorgenze locali e globali, invece, vedono con gli occhi della libertà. Sono, quindi, in grado di vincolarsi e vincolare a uno sguardo che scruta sia la sofferenza sia la felicità del mondo. La felicità non appare più un futuribile chimerico, ma ciò che con gioia le lotte costruiscono nel dipanarsi del tempo. L’attimo e il tempo rimangono, sì, fuggenti, ma perché recidono i tentacoli del potere, tessendo e ritessendo i fili della libertà. Sono stati aperti spazi, dentro cui ha cominciato a fiorire il buon vivere dei diritti globali. Sguardi e parole solidali, linguaggi generosi e presenze sapientemente altruistiche ci ricordano una verità primordiale quanto avveniristica: non il denaro e il potere sono il destino dell’umanità, ma l’esultanza della libertà.

Una svolta sta qui prendendo lentamente piede: la libertà gioca le sue scommesse, accetta le sfide che le vengono lanciate, principia a costruire il suo futuro. Essa incanala i conflitti verso la pratica dei diritti che, a sua volta, compone dal basso nuove forme di socializzazione politica e costituzionale. Nuovi mondi e nuove battaglie vengono narrati, nell’atto stesso in cui prendono inizio. Condivisione, partecipazione e invenzione diventano i fulcri delle nuove mobilitazioni, le quali mettono in scena anche una sapienza realista e pragmatica, consapevoli come sono che dal potere niente hanno da aspettarsi.

La possibilità e la sorpresa del cambiamento stanno solo nel germogliare a zig zag delle nuove mobilitazioni planetarie. Fuori da questa prospettiva non vi è la semplice soccombenza storica e politica; ma il declino inarrestabile dell’umanità e della vita del pianeta. La libertà è l’impossibile del potere; per coloro che, invece, si ribellano all’oppressione la libertà è sia il possibile che il necessario. I mondi e le occasioni dell’impossibile diventano possibili solo nella lotta per la libertà. Alle spalle abbiamo il potere; con noi e davanti a noi, la libertà. Per staccarsi definitivamente dal potere e iniziare a sconfiggerlo, non c’è altra via che camminare perennemente avvinghiati alla libertà e cercare di esserne sempre all’altezza.

L’era dei diritti zero
L’era verso cui il potere ci vuole incamminare è quella dei diritti zero. Ma l’intenzionalità di questa potenza non ci inghiotte in un abisso che incatena definitivamente la speranza e la libertà. Al contrario, le suscita più vivamente che mai. È urgente affiancare alla domanda: «Che cosa è diventata l’umanità?», un’altra domanda: «Che cosa all’umanità è stato impedito di essere e diventare?». Nei territori mossi dal dedalo disseminato dai due interrogativi, sotto i nostri occhi, si va districando il fronte caldo e quotidiano della lotta per i diritti e la libertà. Come ci avvertiva Günther Anders, che il mondo cambi non è di per sé consolatorio; è essenziale che il mondo non continui a cambiare senza e contro di noi. Noi possiamo cambiare veramente soltanto in un mondo che ci cambia e che noi stessi contribuiamo a cambiare nel segno della libertà. Sviluppando il discorso di Anders, possiamo dire: la libertà sta nel non far arrestare mai i passi del cambiamento di noi nel mondo e del cambiamento del mondo attraverso noi.

Siamo accerchiati dalle figure terribili del potere predatorio e del potere bulimico. Ma sono proprio queste a consegnare la responsabilità della libertà in mano alla rivolta per i diritti. Ed è una responsabilità che accomiata una volta per tutte dalla paura del futuro, poiché si centra sulla passione per il presente. Il presente avvertito ed esperito come passione della libertà ha fatto insorgere una ribellione planetaria contro la pretesa di cancellare i diritti e la possibilità stessa del buon vivere e del vivere solidale. Ciò che di terrificante oggi grava sull’umanità sofferente non è più grande di essa: può distruggerla, ma anche vivificarla. Le battaglie per i diritti segnano lo spartiacque tra lo scacco e la libertà. Tra potere e libertà si è aperta una frattura decisiva: da una parte, la rivendicazione del comando totale sul vivente e sulla vita umana e sociale; dall’altra, la stratificazione globale e puntiforme di pratiche di esercizio di diritti di libertà. La risposta all’oppressione si va collocando fuori dai vortici di risucchio del potere. Ed è per questo motivo di fondo che ha in sé la possibilità di varcare la soglia della catastrofe dentro cui la potenza illimitata del potere sta stritolando l’umanità e il vivente.

La ribellione contro l’oppressione e la devitalizzazione dei diritti – che vediamo prendere inizio e aggirarsi per il mondo – osa rispondere a una domanda fondamentale, rimasta troppo a lungo inespressa: «Si può porre rimedio all’irrimediabile?». Le risposte che sono state inoltrate partono dalla presa di coscienza collettiva che le catastrofi del nostro tempo non sono il risultato dell’irrimediabilità; ma, piuttosto, il portato di una visione del mondo, di un modo di pensare, organizzare e depauperare la vita e il vivente, di sistemi di pratiche e dispositivi comportamentali strutturati in funzione del conseguimento del massimo successo possibile nel tempo minimo, prescindendo dalle conseguenze e dagli effetti imprevedibili e non previsti. In realtà, l’irrimediabilità è la foglia di fico che copre le responsabilità del potere e la sua bulimica e predatoria sete di potenza.

La pratica dei diritti e l’esercizio della libertà si cimentano intensamente con la cifra catastrofica del potere: esse si dislocano in basso, dove sono impegnate nella decontaminazione della società dal potere. Una decontaminazione di questo tipo non avrà mai fine, perché è esercizio permanente di libertà, comunque il potere connoti le sue forme e il suo agire. Il rimedio al potere è la libertà ed è da qui che l’irrimediabilità catastrofica del potere trova, al suo esterno, soluzioni pratiche in un tempo e in uno spazio non più avviluppati in sconfinate ossessioni e pulsioni di potenza.

L’era dei diritti globali
L’apocalisse dei diritti segna l’ultimo traguardo catastrofico raggiunto dal potere; ma, a ben vedere, anche il punto di inizio della risalita verso la libertà piena. A questa soglia storica, la catastrofe non è più l’imprevisto e l’inaspettato; ma il previsto e l’atteso, contro le cui tempeste la ribellione degli oppressi ha ingaggiato una battaglia a tutto campo.

In questa battaglia, il ruolo giocato dai diritti umani è di decisiva importanza. La globalità e la trasversalità che li caratterizza impedisce, sul nascere, che si stratifichi una rovinosa competizione interna tra le varie generazioni di diritti. Gli individualismi, i particolarismi, i settarismi e i comunitarismi volgono verso il declino, senza per questo coniugare la morte dei soggetti, degli individui e delle comunità solidali. Non è più possibile e nemmeno è conveniente per nessuno – se non per il potere –, contrapporre tra di loro le diverse specie dei diritti. La generazione e rigenerazione dei diritti si dispiegano dall’interno dell’ormai irreversibile incastro avvenuto tra di loro. L’era dei diritti zero, contrariamente alle aspettative del potere, si sta trasformando nell’era dei diritti globali, di cui sono simultanei titolari, inventori e animatori i soggetti, gli attori sociali e le comunità degli oppressi che si collocano dalla parte della libertà. Il cambio di rotta a cui le insorgenze globali stanno lavorando nel mondo parte da qui.

Proprio per questo, ci aspettano battaglie asperrime: il potere non cederà di un millimetro e ogni millimetro si dovrà strapparglielo con grandi mobilitazioni dal basso e un’ancora più grande gemmazione di fantasia, sapienza tattica, lungimiranza strategica e pragmatismo. Tutti i frantumi, i frammenti e i margini della società, espulsi dai sistemi di cittadinanza dominanti, diventano il punto di partenza dei diritti globali. I soggetti e le pratiche espulsi dall’arena istituzionale e dall’area comunicativa rientrano nell’agone politico e sociale, desituandosi da ordini e regimi che non sono affatto in grado – e nemmeno ne hanno l’intenzione – di garantire quei diritti fondamentali per i quali sono stati istituiti.

Le situazioni e le lotte di cui diamo conto nel capitolo, e a cui rimandiamo, rendono evidente questo discorso, con incontrovertibili richiami a fatti storici che vanno scorrendo sotto i nostri occhi. Del resto, è la realtà stessa di questi ultimi decenni a ricordarci che Stato, costituzioni formali e materiali, istituzioni e organismi internazionali sempre di più sfregiano i diritti.

La spazialità e la trasversalità dei diritti globali sono sganciate dalla territorialità degli Stati e dei mercati e costruiscono in autonomia la loro topografia e la loro temporalità. Sono ben individuati e individuabili, ma non si lasciano serrare in schemi blindati. Non sono anarchici, però, se non per il loro continuo evadere il distruttivo circolo chiuso del potere e i suoi mascheramenti. Il loro qui è anche il loro altrove; il loro ora è anche il loro non-ancora. Il loro potenziale trova realizzazione esemplare nella loro attuazione itinerante; il loro itinerario ne allarga e modifica il senso originario. Si diffondono per il mondo intero, rideterminandone le mappe e schierandosi sempre dalla parte dell’umanità oppressa, nel tentativo di rendere ancora dicibile la libertà e riabitabile il mondo.

Dopo le Primavere arabe
La continua e difficile evoluzione dei diritti umani nel mondo trova continue conferme e punti di rottura, secondo una progressione che non è mai lineare, ma caratterizzata da avanzamenti e arretramenti che si succedono e condizionano a vicenda. Il divenire delle Primavere arabe è una di queste conferme.

Due anni dopo la loro esplosione, sono state strette da un assedio concentrico e costrette a fare i conti con i regimi islamici insediati al potere dal voto popolare, con gli antichi regimi autoritari e l’interferenza delle potenze occidentali nell’area.

In Tunisia ed Egitto, la violazione dei diritti umani si è affermata su tutta la linea, secondo un rapporto di linearità assoluta con i vecchi regimi di Ben Alì e Hosni Mubarak. In entrambi i Paesi, il tentativo di costruzione di uno Stato islamico ha suscitato le proteste popolari. Piazza Tahrir è tornata ad accendersi e la repressione si è intensificata come non mai. In Tunisia, le forze di matrice islamica al potere non hanno esitato a fare ricorso all’omicidio politico, con l’assassinio di Chokri Belaid, esponente di spicco dell’opposizione laica e progressista. Ma anche qui la protesta popolare si è infiammata.

In Libia la guerra umanitaria si è definitivamente trasformata in guerra civile, con il disprezzo totale dei diritti umani da parte di tutti i contendenti in conflitto. E intanto l’assalto alle risorse energetiche del paese da parte delle potenze occidentali è continuato.

In Algeria, repressione e violazione dei diritti umani procedono sempre a braccetto. Lo stato di emergenza è stato prorogato, con il divieto di qualunque tipo di manifestazione e la repressione immediata di ogni rivendicazione sociale e politica. La libertà di associazione e di espressione è negata, i diritti sindacali non sono tollerati, la libertà di sciopero e i diritti delle donne sono conculcati con pratiche repressive, azioni intimidatorie e persecuzioni giudiziarie.

Nel Bahrein il regime al potere ha schiacciato con la forza il nuovo insorgere della protesta popolare, con la partecipazione attiva dell’esercito dell’Arabia Saudita e delle forze di sicurezza degli Emirati Arabi Uniti. È mantenuto il divieto di qualunque manifestazione e raduno. Tutte le manifestazioni, anche le più pacifiche, vanno incontro a un’immediata e brutale repressione. Ogni espressione di critica al regime è punita con gli arresti immediati e lunghe detenzioni che violano flagrantemente i diritti umani.

Contro questo stato di cose, i cittadini e i popoli delle Primavere arabe continuano a lottare e a sollevarsi, continuando a scontrarsi con i regimi al potere e le potenze occidentali che ne ispirano e/o condizionano le scelte politiche.

La repressione dei diritti sindacali
La violazione dei diritti sindacali non è, purtroppo, circoscritta alle Primavere arabe, ma ampiamente diffusa in tutto il mondo e accentuata dalla crisi globale in corso.

Nelle aree avanzate dello sviluppo le politiche di austerità imposte dal FMI, dalla Banca Mondiale e dall’UE hanno precarizzato in linea crescente il rapporto di lavoro e tagliato drammaticamente la spesa sociale, causando disoccupazione, emarginazione, esclusione e povertà crescenti. La legislazione del lavoro è, ovunque, presa di mira e la contrattazione collettiva disconosciuta o sabotata.

Il ricorso al lavoro informale, negatore di ogni sia pur minimo diritto, si va sempre più diffondendo nel mondo, raggiungendo le sue punte avanzate in Sud Africa, Bangladesh, Cambogia, Pakistan e India.

L’uccisione degli attivisti sindacali si è confermata una drammatica realtà ampiamente diffusa: nel 2011 almeno 79 attivisti sindacali sono stati uccisi nel mondo.

La repressione degli scioperi è stata implacabile, dando luogo a repressioni e licenziamenti di massa: si sono distinti Sud Africa, Georgia, Kenya, India e Botswana.

Anche nei Paesi sviluppati non sono mancate pratiche del genere. In Australia i datori di lavoro sono riusciti a fare promulgare disposizioni di legge che costringevano i lavoratori a sospendere le proteste. In Canada sono state indebolite la libertà di associazione sindacale e la contrattazione. Negli USA diversi Stati federali hanno impiegato le politiche di risanamento del bilancio, per ridurre i salari nel settore pubblico e limitare la contrattazione collettiva.

La società maschile contro le donne
La violenza contro le donne si va sempre più inasprendo e allargando. L’emblema di quest’orribile consuetudine maschile, nel 2012, sono stati lo stupro e l’uccisione di Jyoti Singh a Nuova Delhi. In India, come in Egitto e in tanti altri Paesi lo stupro è un delitto tragicamente diffuso e drammaticamente impunito.

Le donne sono diventate sempre di più il campo di battaglia preferito di esercizio del potere maschile. Ne è riprova l’esponenziale crescita, nel mondo ma anche in Italia, del femminicidio. In tutto il mondo il femminicidio ha arcaiche forme di giustificazione simbolica. In Occidente, è ritradotto come “delitto passionale”; in Oriente, come “delitto d’onore”. Ciò ne riduce la condanna e, in apparenza, la carica di aggressione e di violenza mortale. La strage delle donne sarebbe un fatto passionale e/o d’onore; non, invece, l’espressione della guerra quotidiana che gli uomini, da sempre, conducono contro le donne in quanto donne.

Fin dal 2002, l’ONU ha denunciato che la violenza maschile sulle donne è la prima causa di morte al mondo per le donne di 16-44 anni. Le molestie sessuali sui luoghi di lavoro sono un’altra terribile piaga del potere maschile e anch’esse sono in forte espansione in tutto il mondo.

Proprio per denunciare e lottare contro questo stato di cose, il 14 febbraio 2013 è stato organizzato e celebrato in tutto il mondo l’evento One Billion Rising.

L’assedio all’informazione
Quanto più si allarga la violazione dei diritti umani, tanto più deve ampliarsi l’attacco alla libertà di informazione ed espressione. Il media system è un apparato fondamentale di controllo nelle mani del potere, per il nascondimento e la riscrittura della realtà.

I giornalisti e bloggers uccisi nel 2012 sono stati 88, secondo i dati di Reporters sans frontières e 80 per quelli del Committee to Protect Journalists. Si tratta del bilancio peggiore degli ultimi anni.

I Paesi in cui la vita dei giornalisti è maggiormente a rischio sono il Pakistan, la Somalia, il Messico, la Colombia, l’Egitto e il Brasile. Soprattutto in questi luoghi gli omicidi restano impuniti e, quindi, ne incoraggiano altri in una spirale perversa che si allarga. Con la conseguenza ancora più drammatica che le violazioni dei diritti umani non solo vengono coperte, ma anche favorite.

Lo stato dell’informazione nel mondo non è dei migliori, con la maggioranza delle violazioni concentrata nei Paesi a bassa e zero libertà. I Paesi che hanno avuto meno rispetto della libertà di stampa sono stati la Siria, la Corea del Nord e l’Eritrea; quelli in cui, invece, l’informazione è più libera sono risultati Finlandia, Svezia e Norvegia.

Nell’ultimo anno ha subito un’ulteriore accelerazione il progetto di controllo della rete con l’intento di: a) controllarne gli archivi; b) neutralizzare, eliminare o screditare i contenuti critici; c) diffondere stili, codici di comportamento e atteggiamenti conformisti; d) attaccare siti e nazioni ritenute ostili. I Paesi all’avanguardia in questo genere di strategie sono quelli che godono delle piattaforme digitali più progredite.

Nei Paesi avanzati, va sempre più prendendo piede il tentativo di regolamentare la rete, attraverso disposizioni di legge che ne limitano la libertà. In Italia sono stati ricorrenti i progetti sviluppati in questa direzione, rimasti finora senza esito.

La rete si va sempre più rivelando come il più potente mezzo di informazione, espressione e comunicazione e, quindi, diventa sempre più rischiosa per il potere che ne vuole a tutti i costi azzerare o ridurre la libertà, per puri fini di controllo e comando subliminale. Ma domare la libertà della rete non è cosa facile, come le battaglie di questi ultimi anni del popolo di Internet hanno dimostrato.

Il mondo affamato
La fame è un dato che diventa sempre più inquietante, di fronte alle potenzialità a disposizione dell’umanità e agli sprechi enormi delle risorse alimentari.

Secondo gli ultimi dati forniti dalle agenzie ONU, 868 milioni di persone a livello mondiale vivono senza avere cibo sufficiente. Dal 2008 in avanti, la lotta contro la fame nel mondo ha subito una marcia di arresto: la crisi globale ha fatto sentire i suoi drammatici effetti anche su questo terreno.

Il risultato è che la fame rimane il maggiore fattore di rischio per la salute nel mondo. Nei Paesi in via di sviluppo un terzo delle morti di bambini al di sotto dei cinque anni è imputabile alla sottonutrizione.

Stando alle proiezioni dell’ONU, entro il 2050 i cambiamenti climatici metteranno a rischio la vita di 24 milioni di bambini, di cui la metà concentrata nell’Africa subsahariana.

L’Africa è il continente maggiormente afflitto dalla fame. Nell’ultimo ventennio, il numero delle persone che soffrono la fame è passato da 175 milioni a 239 milioni: 20 milioni si sono aggiunti negli ultimi quattro anni. La percentuale dei sottonutriti degli ultimi tre anni è così passata dal 22,6% al 22,9% della popolazione totale: ciò significa che una persona su quattro soffre la fame.

La tendenza all’aumento delle persone che vivono in condizione di fame si è manifestata anche nei Paesi avanzati: dai 13 milioni rilevati nel periodo 2004-2006 si è passati ai 16 milioni del 2010-2012. Si è invertita la tendenza al costante ribasso, registrata negli anni precedenti, a far inizio dai 20 milioni del 1990-92.

Un mondo in cui la fame ha una diffusione così tragica è, di per sé, un mondo che viola i diritti umani, cominciando col minare il diritto alla vita.

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