Come sarà  la prossima Europa?

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Solo il 40 per cento dei tedeschi vede il proprio futuro in Europa, e appena il 25 per cento ha ancora fiducia nelle sue istituzioni. Questo sondaggio è la risposta ai venticinque miliardi di euro inviati da Berlino ai proprietari delle banche greche. Alle spalle non c’è una ristrettezza di vedute nazionalista. Il sud della Germania infatti sborsa poco volentieri per i cittadini di Atene, Lisbona o Dublino esattamente come per quelli di Brema o di Essen.

È solo lo spauracchio del nazionalismo a tenere l’Europa ancora in piedi. Lo sfruttamento attraverso i trasferimenti monetari è mille volte meglio della guerra, ripetono i nostri leader. Ma per la prima volta nell’ultimo mezzo millennio l’Europa può considerarsi post-nazionale. Con il crollo dei tassi di crescita manca il personale per scagliarsi sanguinosamente l’uno sull’altro. L’unione non è un mezzo per impedire la guerra, ma una simpatica conseguenza  dell’incapacità  di farla.

Auspicabilmente, in futuro il ridisegno dell’Europa avverrà  oltre l’idea di nazione, di religione e di tradizione. Nell’area nordica, come aveva proposto già  nel 2009 lo storico svedese Gunnar Wetterberg, potrebbe rinascere l’unione di Kalmar – che comprenderebbe Islanda, Danimarca, Groenlandia, Novegia, Svezia, Finlandia e possibilmente Estonia. Con 3,5 milioni di chilometri quadrati e 26 milioni di abitanti sarebbe l’ottava potenza economica mondiale. Candidati da annettere successivamente sarebbero i Paesi Bassi e le Fiandre. Un patto con la Gran Bretagna trasformerebbe il Mare del Nord in un Mare Nostrum, creando un partner per Usa e Canada con il quale l’Atlantico settentrionale diventerebbe inattaccabile.

Un modello è la Svizzera, lo stato volontaristico e  armonico dove i ginevrini non sono francesi, i ticinesi non sono italiani e gli zurighesi non sono tedeschi. Chi vuole cambiare vicini può partecipare con i confederati alla costruzione di uno spazio economico e monetario ottimale, dove persino il tasso delle nascite non è in deficit. Sovvenzioni per colmare le differenze di ricchezza non ce ne sono. Mentre i difensori dei trasferimenti monetari di Berlino e Brema escogitano in continuazione nuovi affondi nelle borse degli altri, i cantoni svizzeri guadagnano attraendo aziende innovative o moltiplicando la forza lavoro qualificata. Eppure anche lì aiutano i loro bisognosi, e stanno probabilmente meglio che in Germania.

Per l’Ocse già  nel 2009 la Svizzera era il campione dell’innovazione, e nel biennio 2010/2011 si è guadagnata il primo posto nell’Indice della competitività  globale. La nuova federazione dovrebbe prendere dall’Italia tutto il nord, con una mano tesa fino a Firenze e Urbino. Verso est dovrebbe annettersi poi la poliglotta Slovenia. Con settanta milioni di abitanti su 450mila chilometri quadrati, l’insieme diventerebbe la quarta potenza globale, dopo Usa, Cina e Giappone.

Con l’Unione del Nord e la Confederazione delle Alpi anche le regioni che oggi sembrano irrecuperabili riceverebbero una seconda chance. Invece di miliardi servirebbero semplicemente piani per dare ad ognuno amo ed esca con cui procacciarsi il proprio pesce quotidiano.

Poveri ma belli

Dopo le inevitabili bancarotte, Portogallo, Spagna, Italia del sud, i paesi slavi dell’Adriatico e la Grecia potrebbero unirsi in una federazione mediterranea con  più  di 100 milioni di abitanti, che con energia solare, alimentazione biologica e attrazioni culturali troverebbe il suo giro d’affari. Con l’inclusione di Israele ci sarebbe anche l’arsenale militare necessario, data la vicinanza all’area islamica.

Il resto del Baltico, insieme alla Polonia e alle “aspiranti Ue” Bielorussia e Ucraina, rassomiglierebbe come perimetro alla Confederazione Polacco-Lituana, spartita nel 1795 tra Berlino, Vienna e San Pietroburgo. Una nuova versione della Confederazione, con 110 milioni di persone, oggi non avrebbe più paura della Russia, che forse andrebbe in declino ancora più in fretta.

La Francia potrebbe andare da sola, o forse con il resto della Germania, riunite dallo spauracchio dell’“Eurabia”. Ma in entrambi i territori si prevedono tempi duri per l’educazione, con un 20-25 per cento dei giovani che sfuggirà  al sistema scolastico. Se il problema dovesse essere superato e le scuole franco-tedesche iniziassero a sfornare genietti, questo asse Parigi-Berlino scriverebbe una nuova pagina della storia.

Marxisti, ecologisti, socialisti e seguaci dei profeti si raccoglierebbero sotto la bandiera rosso-verde-rosso-verde, entusiasti di un tale arcobaleno multi-culturale in salsa high tech. E nessuno dovrà  più essere forzato, perché si troverebbe davanti tutte le opzioni possibili. Solo lo stato nazionale finirà  per essere dimenticato. Gli rimangono fedeli solo gli irriducibili di destra e sinistra, i primi a sognare il potere perduto e gli altri trasferimenti monetari senza fine. (traduzione di Nicola Vincenzoni)


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“La maggior parte dei paesi Ue respinge i rifugiati”: così Dagens Nyheter riassume la politica degli stati membri nei confronti delle domande d’asilo. Dieci paesi accolgono circa il 90 per cento dei 100mila disperati che ogni anno bussano alla porta dell’Unione europea, precisa il quotidiano svedese, sottolineando che gli altri 17 stati membri dovrebbero fare di più. Il commissario europeo agli affari interni Cecilia Malmstrà¶m, intervistata dal quotidiano, ha ricordato che l’Europa è molto lontana dall’armonizzazione della politica d’asilo prevista per il 2012 dalla Commissione europea.

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