Tra i pellegrini globali del Papa Santo “Per lui saremmo venuti anche a piedi”

ROMA Popolo che ritrovo ancora negli stessi luoghi, con le stesse facce, da quel giorno di ottobre del 1978 quando il Suo nome fu scandito dal cardinale Federici alla loggia di San Pietro, «nomen sibi imposuit…». Un milione, forse due o quanti siano davvero, che non sono invecchiati neppure dopo trentatré anni, ancora con gli stessi volti rinfrescati nell’acqua delle generazioni che scorrono e nella voglia di credere che la loro vita abbia un senso oltre i call center, la tv, gli iPad, Google e lo shopping. Non conoscono stanchezza, neppure dopo le ventiquattr’ore nei pullman da Katowice, come Marlene e Ola, che erano bambine nel 1978, ragazzine quando videro il loro «Lolek» abbattuto dai colpi di Ali Acga nel 1981, donne quando raggiunsero Roma per il Giubileo e poi ancora per la veglia funebre del 2005 a intonare il mantra del «Santo Subito» e oggi hanno soltanto qualche zampa di gallina in più attorno agli occhi, ma non potevano mancare: «Sarei venuta a piedi» mi dice Marlene, esagerando un po’. Ha la faccia eccitata del tifoso ai Mondiali di Calcio, che infatti ricordano queste ore con quelle bandiere delle nazionali che sventolano e l’immancabile assortimento di maglie da club di calcio, Carlos Sanchez aggrappato alla bandierona bianca e blu del suo Salvador, pimpante dopo un’odissea aerea dal Centro America a Bogotà , da Bogotà  a Francoforte, da Francoforte a Fiumicino, Insieme saliamo, lui fresco, io affranto da mezz’ora di taxi nel caos romano, alla velocità  vertiginosa di un gradino ogni venti minuti, la scalinata verso la galleria museo della vita di Giovanni Paolo II, molto scenografica e multimediale, compresi i colpi di pistola di Acga che accompagnano il percorso, tra rosari e bang bang. Li avevo intercettati alla Stazione Termini, nel festoso, eccitato bailamme di un dispositivo di sicurezza misteriosamente e scriteriatamente romano, con scali ferroviari chiusi, stazioni della Metro che a volte funzionano soltanto per scendere, ma non per salire (e viceversa), tassinari che smoccolano per la cancellazione dei turni ordinata dal sindaco, che «dotto’, tanto questi so’ pellegrini mica turisti e ariveno tutti già  â€˜ntruppati…». Nessuno di loro, non certo le immancabili suorine tascabili filippine, o le marcantonie polacche consorelle delle religiose che accompagnarono la vita, l’agonia e la morte di Wojtyla, prende taxi che comunque non possono più passare da nessuna parte, in una città  che ora dopo ora si sta contraendo in un perimetro da assedio e strangola il Vaticano. Sciama una schiera di ragazzi e ragazze con la bandiere francesi, quei francesi che oggi noi dovremmo trovare antipatici per decreto governativo, raccolti dal parroco di St. Germain de Prés padre Benoit, che per 180 euro si sono sciroppati 14 ore di treno, ma sembrano appena sbarcati da tre fermate su un autobus urbano. L’atrio della stazione risuona del loro canto incessante di «Je veux te louer Seigneur», laudato tu sia, Signore, con voci bianche non spezzate neppure dallo zaino mostruoso da Marines per la notte che trascorreranno all’addiaccio sul prato del Circo Massimo, mangiando quello che si sono portati da Parigi, «â€˜sti pellegrini…». Se Roma riuscirà  a spillare loro qualcosa saranno quegli euro necessari per fare pipì nelle toilette della stazione, tra scoppi di collera sbigottita dei pochissimi pellegrini americani arrivati da Boston alla scoperta di dover pagare quasi un dollaro e mezzo per mingere. Sono sempre loro, eppure non sono più loro, gli orfani di Wojtyla venuti a fare festa, non a piangere come nella primavera di sei anni or sono, soprattutto i polacchi a legioni, reparti militari compresi in uniforme. Trent’anni or sono sarebbero stati riconoscibili immediatamente dalle loro scarpacce realsocialiste, dalle tutine di felpa da squadra di pallavolo aziendale, dagli sguardi sempre un po’ inquieti del detenuto in libertà  vigilata che i cittadini dell’Est avevano ovunque andassero fuori dal recinto. Oggi sono, maschi o femmine, vecchi o giovani, identici agli altri europei, tedeschi, francesi, spagnoli, svizzeri. Quei polacchi che si fiondavano sui nostri parabrezza in Via Veneto o sul raccordo anulare intappato per cento lire, oggi spendono 290 euro, mi dice Ola (senza l’acca, precisa) per trascorrere due giorni a Roma. Anche questo, e non tra i più piccoli, è un miracolo di Giovanni Paolo Magno. Misurare la febbre o la salute della cristianità  cattolica dal numero dei pellegrini che sono sbarcati a Roma sotto una pioggia aguzza e irritante sarebbe assurdo e ingiusto, come lo è, per un laico, giudicare se questa beatificazione chiesta dal popolo nei giorni della malinconia sia stata troppo accelerata, troppo corriva, quasi che il Beato Wojtyla sia stato un santo «fast food», un «MacBeato». La Sua beatitudine, almeno vista nella piazza che questa mattina si riempirà  di dignitari ipocriti e di fedeli sinceri, è quella dello spontaneo, multilinguistico gruppo musicale che ho visto formarsi con ragazze e donne svizzere, austriache, australiane e una napoletana che trascinavano con le chitarre passanti e curiosi in una «conga line» quelle file da balera o da nozze con la mano sulla spalla del vicino agitando i fianchi al ritmo di «Sto danzando per il Signore». E poi, come allo stadio, tutti con le mani in alto «per volare nell’amore del Signore». Giorno di festa, giorno di addio. In attesa di una promozione al massimo grado di santità , questa potrebbe essere l’ultima occasione per anni, o decenni a venire, nel quale anche il «popolo di Giovanni Paolo II» si ritrovi per celebrare se stesso. La Chiesa che Benedetto XVI, uno dei soli cinque cardinali ripresi e ricordati nei video del museo wojtyliano mentre bacia la mano al neo eletto Pontefice, è, se ascoltiamo le voci sotto un cielo più Baltico che Mediterraneo, se guardiamo i 44 studenti della Università  Cattolica di Lublino che si sono fatti la notte accovacciati nella plastica sotto le transenne per essere stamani in prima fila, una Chiesa che parla soprattutto polacco e spagnolo. Poco tedesco, poco italiano, poco inglese e poco francese. Non ho sentito che spagnolo e polacco nelle ore di fila stretta sulla scalinata per accedere al memoriale di Wojtyla in San Pietro. Ci sarà  un altro Wojtyla capace di parlare con il linguaggio del proprio tempo a una chiesa sempre meno europea, come ha amaramente ammesso Ratzinger, e sempre più sudamericana? Padre Benoit mi guarda come se avessi bestemmiato, conducendo i suoi ragazzi ‘ntruppati verso l’immancabile autobus. Nella sera grigiastra che cala, due ritardatari francesi con la maglietta bianca e la scritta «Totus Tuus», pomiciano seriamente appartati a un jersey di cemento sul piazzale della stazione. Ce ne saranno ancora. Laudato sii, Seigneur.


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