La verità  di Ophelia

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New York.  «Ma lei si è mai prostituita?». Nafissatou Diallo, 32 anni, l’immigrata dalla Guinea che per proteggere l’identità  tutti chiamavano “Ophelia”, la cameriera che accusa Dominique Strauss Kahn di stupro, avvicina al viso il fazzoletto che finora ha inzuppato di lacrime, aggrotta lo sguardo e finalmente sbotta: «No, e nessuno mi ha mai chiamata così». Piange e si dispera: «Nessuno, da quando sono nata». Ma chi lo può provare? In quella strafamosissima suite del Sofitel c’eravate soltanto in due: lei, che l’accusa, e lui, che nega tutto…
È a questo punto che gli occhi di Nafissatou si accendono come nella fotografia che la ritrae qualche anno fa, più magra e ingioiellata.
E accendono quel contrasto con l’immagine che adesso propone in tv, il faccione appesantito da una decina di chili di più, la camicetta bianco candido su cui poggia una blusa color ocra, i pantaloni neri che continua a toccare per mostrare i segni della violenza. È a questo punto che Nafissatou, la figlia dell’imam di Conakry, Guinea, raccoglie la forza che le resta e alza il dito al cielo: «Dio è il mio testimone. Io sto dicendo la verità . La verità  dal profondo del mio cuore. Dio lo sa. E lui lo sa». Lui: il capo del Fondo monetario internazionale che in quella suite da 3mila dollari «si comportò come un pazzo».
La versione di Ophelia è un fiume in piena, la verità  di Ophelia è uno sfogo incontenibile che parte dagli anni laggiù in Africa e arriva fin qui, in questo studio tv dove per la prima volta mostra la sua identità , racconta tutto di sé spiega i suoi “errori” proprio alla vigilia del primo agosto, il giorno in cui a New York si aprirà  il processo dell’anno. Ma che cosa è successo davvero in quella stanza del Sofitel? Nafissatou si illumina quando parla di quel lavoro che gli aveva cambiato la vita, 25 dollari all’ora, più le mance, per pulire 14 stanze. Una collega era andata in maternità  ad aprile «e io avevo preso quel piano, non avevo mai avuto un pianerottolo tutto per me». Sulle porte c’è scritto «non disturbare» ma Nafissatou vede uscire un collega col vassoio dalla 2806: «è vuota», le dice, ma lei si avvicina comunque con prudenza. «Pulizia!» grida una, due, tre volte: come da ordinanza. E quando entra che cosa succede? Vede un uomo venirle incontro tutto nudo. «O mio dio» dice lei «chiedo scusa, faccio: e giro subito la testa»: e mentre ricorda quel momento gira davvero la testa dell’altra parte. «No, non devi chiedere scusa, dice lui: sei bella. E mi afferra il seno!», ricorda, portandosi le mani sul petto. «Io gli dico: signore, si fermi, si fermi. Non voglio perdere il mio lavoro. E lui risponde: non lo perderai… Ma io ero così spaventata, non mi aspettavo nessuno nella stanza».
Il racconto si fa concitato. «Mi spinge violentemente sul letto», dice, e racconta che cerca di infilarle il pene in bocca: e mentre parla, ora, serra le labbra, e volta la testa da un lato all’altro, mimando la resistenza opposta. «Guardi che c’è il mio superiore». Ma quello, dice lei, non si ferma: non c’è nessuno lì fuori, risponde, non c’è nessuno che possa sentirci. Lei cerca di difendersi: «Ma non volevo fargli male, non volevo perdere il mio lavoro. Ma lui comincia a spingermi, spingermi, spingermi, trascinandomi per il corridoio dalla stanza da letto al bagno». È qui che, racconta, si consuma la violenza.
La sua uniforme ha una serie di bottoni sul davanti ma lui, dice, le afferra i fianchi, le abbassa le calze e comincia a farle male alla vagina, «così male che ho dovuto medicarmi». La spinge in giù, in ginocchio, spalle al muro e le infila, dice, il pene in bocca, tenendola per la testa con le mani. «E mi teneva così forte da farmi male qui», ripete, indicando le tempie. «Si muoveva, gemeva, uhm, uhm. Diceva: succhia, ma ora non voglio neppure dirlo». È la scena finale: in tutto è durata meno di nove minuti. «Comincio a sputare. Corro via. Non mi volto. Ero così nervosa. Così spaventata».
È fuori sul pianerottolo, nell’angolo, quando lo vede uscire. «Non so come ha fatto a vestirsi così in fretta. E con la valigia. Mi ha gettato uno sguardo così», dice, agitando la testa: «E non mi ha detto niente». Ma allora perché lei ritorna in quella stanza incriminata? Le chiavi registrano tutti i suoi movimenti, prima di denunciare il fattaccio lei va prima a pulire un’altra camera e poi torna nella suite. «Ero così spaventata, avevo paura di perdere il lavoro». Così ha quasi cercato di ricomporsi e calmarsi, ripetendo quei gesti di routine. Prima di scappare ancora una volta da una delle sue superiori e, disperata, chiederle: «Se qualcuno ti violenta mentre sei al lavoro che cosa ti succede?».
Gli avvocati di Dsk insorgono, non si è mai vista un’offensiva mediatica del genere, negli Usa l’identità  delle vittime da stupro è tra l’altro protetta con l’anonimato. Ma la mossa della cameriera, consigliata ovviamente dal suo avvocato, Kenneth Thompson, un campione dei diritti civili, potrebbe anche ritorcersi contro, le sue dichiarazioni potrebbero indurre ad altre contraddizioni che potrebbero compromettere ancora di più la sua credibilità . Lei tira dritto: «Mai cambiata versione, sempre detto la verità »
Ma perché allora subito dopo quell’incontro avrebbe telefonato al suo amichetto in carcere, perché avrebbe detto «non ti preoccupare, quest’uomo ha un sacco di soldi, so che cosa sto facendo?». Sia il suo avvocato che il tizio in cella, Amara Tarawally, sostengono che la traduzione intera della telefonata, intercettata in dialetto Fulani, sveli un’altra verità . «Era un mio amico e mi fidavo di lui», dice ora lei, smentendo le voci che lo davano per fidanzato o marito. Ma lo scarica subito dopo, aggiungendo che s’era guadagnata la sua fiducia «regalandomi sei o sette borsette contraffate, e neppure buone»: e che a sua insaputa aveva utilizzato il suo conto bancario per far transitare quel denaro sporco che ora la polizia imputa a lei. Nessun ricatto, dunque? Lei non sapeva davvero chi era quell’uomo? «L’ho scoperto alla tv».
È il giorno dopo il fatidico incontro al Sofitel. La polizia l’ha scaricata alle 3 del mattino di domenica 15 maggio davanti al suo appartamento nel Bronx: Nafi si è infilata nell’ascensore, ha aperto la porta di casa e abbracciato la figlia quindicenne che l’aspettava in pena, dopo che nel pomeriggio aveva ricevuto la telefonata dall’ospedale, dove era andata a farsi medicare. «Era così spaventata» dice di quella ragazza che aveva sette anni quando la madre era venuta negli Usa da clandestina. «Non siamo riuscite a chiudere occhio per tutta la notte, eravamo spaventatissime. Il giorno dopo stavo guardando Channel 7 e lì al notiziario dicono che quest’uomo sarebbe diventato il prossimo presidente…. della Francia!» esclama. E ancora una volta si porta le mani al viso. «È stato allora che ho pensato: adesso mi uccideranno, mio dio, mi uccideranno prima che il mondo possa scoprire che cosa mi è successo. Diranno tutti delle cose orribili di me. Ma mia figlia mi ha rincuorata: mamma, dai, non farti del male. Io so che un giorno la verità  verrà  fuori».
Proprio per la verità , il racconto che la cameriera fa alla tv Abc e al settimanale Newsweek solleva più di un dubbio. Però ci sta anche che questa donna che non sa leggere e scrivere, che confessa di avere imbellito i racconti delle violenze subite in Guinea per ottenere l’asilo e ricongiungersi con la figlia, si sia potuta contraddire da sola. «Io non avrei voluto parlare pubblicamente. Ma non avevo scelta: dovevo dire la verità ». Che cosa vuole? Il suo avvocato si appresta a presentare denuncia civile verso Strauss Kahn: è il riconoscimento che la causa penale è già  persa, se verrà  riconosciuto che il sesso c’era, ma era consensuale? Vuole comunque ottenere un risarcimento, come ha già  chiesto al New York Post, che ha definito la donna prostituta? «Io non voglio soldi. Io voglio giustizia, io voglio che quell’uomo vada in galera. Voglio che sappia che c’è un posto dove non puoi usare tutto il denaro che vuoi, non puoi usare tutto il potere che hai per fare quello che vuoi». Così parlò Nafissatou Diallo: raccontando la sua ennesima verità ?


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