Vite d’azzardo

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Antonio, 33 anni, agente di commercio, è un giocatore compulsivo. Non è mai guarito, solo si sta esercitando a restare nel limite. «Ho toccato il fondo nell’estate 2006, l’Italia campione del mondo in Germania. Ho scommesso per quattro mesi di fila, da giugno a settembre. Tutte le partite di tutte le nazionali, ad agosto il tennis, sempre le corse dei cavalli. Ho perso 80 mila euro. Avevo giocato quella cifra solo perché quella era la mia disponibilità , oggi 80 mila euro li brucerei in un mese. Per rientrare ho dato fondo ai soldi della nonna, l’eredità  che avevo diviso con mio fratello. Sì, in quei giorni ho iniziato a pensare: con il gioco voglio smettere. Sono passati cinque anni e non ho smesso. Lavoro come un dannato per trovare soldi, ma ci penso dieci volte al giorno: voglio cambiare, fermarmi. Non può essere radicale, però ci riuscirò».
Antonio, uno dei quattrocentomila malati di gioco italiani, è cresciuto a un passo dall’ippodromo di Taranto. Iniziò a giocare sulle corse ippiche che aveva undici anni: «In quella città  non c’è altro da fare». A sedici la passione è diventata vizio consapevole: «Amo i cavalli e le sfide dell’intelligenza, voglio sempre capire come andrà  a finire». Scommette sul risultato, Antonio, e pure sul futuro. A 16 anni sul picchetto del “Paolo VI” finiva la paghetta settimanale: cinquantamila lire, a volte centomila. I genitori erano benestanti, il fratello più grande autonomo da tempo, i nonni potevano dedicare attenzioni e regali ad Antonio. «Ho capito che amavo giocare quando ho capito che amavo la bella vita. Ristoranti, scarpe, viaggi. Mio padre all’ippodromo mi ci ha portato poche volte, andavo con gli amici più grandi. E per recuperare soldi m’inventavo di tutto: riffe, lotterie». Comprava orologi e cellulari, li metteva in palio. «Cinquemila a biglietto, novanta numeri: 225 mila lire al vincitore, 225 mila lire per me. Andavo a giocarli tutti».
Smette di andare a scuola, Antonio. I genitori lo iscrivono a una privata. «Lì il diploma te lo tiravano, avevo solo più tempo per frequentare l’ippodromo». Diventa un esperto di sistemi e dai palchi in legno passa alle agenzie ippiche, naturale è il suo approdo ai bar del quartiere. «Ho iniziato con il biliardo, sono forte a carambola, quindici palle». Ci si sfida con i contanti poggiati sulla sponda. «È stato un passo avvicinarsi ai tavoli dove si giocava a carte. Non mi volevano far entrare nel giro, ero piccolo, ma ho trovato la chiave, un contatto, e ho aperto una nuova porta». Scala 40, ramino, poi il poker. Tutto cash. «Giocavo anche di mattina. Con giovani, anziani, qualche brutto ceffo, ma la linea dell’illegalità  non l’ho mai superata. Sono sempre stato preciso: niente debiti pesanti, niente soldi agli usurai. Ne ho visti troppi uscire con le ossa rotte. Mi facevo prestare qualcosa dagli amici più vicini e poi mi sbattevo per trovare altri soldi: volevo restituire e soprattutto giocare ancora». Il suo ricordo più intenso resta un tavolo di poker senza limiti, l’alba di molti anni fa: «Giocavamo in cinque, il rilancio era più alto del piatto e quel piatto non l’ho preso. Full servito in mano, ma sono andato a sbattere contro un colore. Mi sono alzato e avevo perso 2.500 euro. Già . Tornavo a casa in auto e pensavo come avrei potuto recuperare denaro per continuare a giocare».
Antonio diventa bugiardo: «Rientravo a casa e dicevo: “Pa’, mi si è rotta l’auto, è dal meccanico a Brindisi». Cambia fidanzate senza ascoltarle: «Mi chiedevano di smettere, ma sono uno che non si fa influenzare. Come potevo smettere? Una corsa di cavalli è come un orgasmo che dura un’ora e mezzo. Ero un ragazzino, si scommetteva ancora in lire. Avevo giocato un sistema multiplo a riferimento insieme a un amico, per chiudere mancava l’ultimo cavallo. Aspettai la corsa della sera, e quella corsa entrò. Ricordo, gridavo come un ossesso». La roulette è una passione matematica, dice, e poi è un banco onesto: «Puoi vincere per quello che punti e se non ci sono trucchi devi giocare al raddoppio: è una vittoria, è statistica». Al casinò di Corfù, in Grecia, dalla roulette lo allontanarono: «Era la penultima serata di vacanza, agosto 2003. Stavo vincendo, “la preghiamo di fermarsi”. Passai al black jack e mi sfondarono. Mi era rimasto solo il biglietto del traghetto per il ritorno».
Oggi, rialzatosi dal fondo, Antonio ha compreso una verità . «Sono attaccato ai soldi, come tutti i giocatori, ma sono consapevole che con il gioco i soldi non li farò mai. Li cerco, non li conservo. È il gusto di scommettere che ti rovina, viene molto prima della voglia di appilare denaro. Giochi per perdere e perdi, ma te ne accorgi dopo. Quando vinci, poi, è solo un’illusione: ti hanno prestato denaro che devi ridare indietro. Ora lo capisco, solo due anni fa davanti allo specchio mi sarei detto: prima o poi troverai la strada e vincerai per sempre». I soldi, è convinto, li puoi fare con il Gratta e vinci: «Lo prendo due volte al mese per disperazione, ma lì non c’è intuito, non c’è intelligenza, non devi preparare la giocata. Io non bevo e non fumo, non mischio i vizi né le emozioni: il gioco deve restare un piacere puro».
A trent’anni Antonio, che le dritte della vita le ha prese tutte alle agenzie ippiche, scopre che in un paese a 60 chilometri da Taranto sono arrivate le prime piattaforme online, siti austriaci su cui è possibile giocare a poker contro avversari anonimi. Bastano username, password e la Postepay. «Il poker on line è una truffa legalizzata. Tira da morire, ma è l’ultimo veleno per i malati come me. Provate a entrare in un sito specializzato dopo mezzanotte, c’è un traffico che fa paura. Siamo tutti svegli fino all’alba: vogliamo giocare, non dormire». Ecco l’approdo ai giochi americani, l’hold ‘em, il poker texano. «La tv ci ha imposto nuove scommesse e ci ha fatto credere che se vinci la selezione della selezione della selezione alla fine diventi un giocatore professionista e Sky ti riprenderà  in diretta tv da Las Vegas».
Con il poker su Internet Antonio oggi brucia mille euro a settimana. Con le scommesse sportive e quelle ippiche fanno ottomila euro al mese. Prova a contenersi. «Gioco dal lunedì al venerdì, viaggio tanto e mi fermo in tutte le sale corse. C’è stato un periodo in cui non compravo un paio di jeans fino a quando quelli che indossavo non erano a brandelli: risparmiavo per scommettere. E mi alzavo la mattina che stavo già  a rota: cercavo il gioco e quando perdevo, come un cocainomane dopo una pippata, mi sentivo depresso. Bastavano pochi minuti per ripartire, però. In un centro di cura non ci andrò mai, mio fratello mi voleva portare a Udine, ma sono in dirittura di arrivo: prima o poi darò una svolta».
Anche Gabriele è un giocatore compulsivo, lui ha 32 anni e anima uno dei sette gruppi romani dei Giocatori anonimi. La balbuzie rivela la tensione: «Molti di noi sono scommettitori perché sono rimasti bambini. I nostri centri sono pieni di cinquantenni: uomini che hanno paura di tutto, innanzitutto delle responsabilità . Il gioco è una malattia progressiva che ti annebbia la mente. Perdi il contatto con la realtà  e le persone care, incolpi sempre gli altri, ti ritrovi solo e non capisci perché. Io ho derubato mia zia, viveva con la pensione minima. Non l’ho mai confessato e ora lei non c’è più. Quando leggo che lo Stato legalizza il poker e triplica i punti per le scommesse, mi si gela il sangue. Forse non vogliono farci crescere mai».


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