Corsa agli appalti per la ricostruzione le nostre imprese sfidano l’Est

MILANO – Le grandi aziende quotate in Borsa come Eni, Finmeccanica e Impregilo dovranno vedersela con i colossi francesi Total e Dassault o i britannici della Shell. Ma per le piccole e medie imprese italiane, per cui potrebbero aprirsi nuove opportunità , il pericolo viene da Est, dalla Turchia fino alla Thailandia, economie in grande espansione e aziende molto aggressive. Mentre nelle strade delle città  libiche ancora si combatte, in Europa e non solo ci si organizza per quello che sarà  il grande business della ricostruzione. Con le aziende italiane che, per retaggio storico e appalti in corso prima dell’inizio della guerra civile, si dicono già  pronte a riattivare cantieri e impianti.
A cominciare dall’Eni, che dai giacimenti della Libia – dove è presente dagli Anni ‘50 – ottiene oltre il 13 per cento del suo fatturato. Oltre ad avere la proprietà  dello strategico gasdotto Greenstream che dalla costa africana approda a Gela e garantisce ogni anno tra il 10 e il 12% dei consumi di metano del nostro paese. L’Eni ha appena rinnovato gli accordi per lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio fino al 2042 e per il gas fino al 2047. Sulla carta, come ha detto il nuovo governo di Tripoli, i contratti in essere verranno rispettati. Ma gli analisti del settore non escludono che ciò avvenga nell’ambito di una rinegoziazione più generale. Con il rischio che si possano inserire altri colossi petroliferi, francesi, inglesi, ma anche americani e cinesi. Anche perché i contratti erano stati firmati con la vecchia società  di stato (Noc) legata al clan Gheddafi, mentre gli insorti hanno dato vita alla Arabian gulf oil company (Agoco).
Non a caso ieri l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni – al Financial Times aveva detto che nel giro di un anno l’azienda tornerà  in Libia nella «posizione di forza che aveva prima» – si è premurato nell’incontro milanese con il premier del Consiglio nazionale transitorio (Cnt) dei ribelli Mahmud Jibril di offrire benzina e gasolio – quindi prodotti già  raffinati – per la ripresa delle attività  economiche del paese «a fronte di un pagamento futuro che riceveremo in petrolio, quando i campi si rimetteranno in funzione».
Ma alle spalle di Eni si muovono alcune centinaia di aziende. Sono più di 500 quelle che hanno avuto rapporti d’affari con la Libia nel corso degli ultimi due anni secondo la Camera di commercio italo-libica. Alcune speranzose di riprendere i lavori là  dove si erano interrotti. Come il consorzio guidato da Saipem che ha vinto il primo lotto da 800 milioni dell’autostrada da 1.750 chilometri lungo la costa tra Tripoli e Tobruk. Oppure come Impregilo, che ha dovuto interrompere la realizzazione di un centro congressi e Tripoli. O ancora, come Sirti e Prysmian che stavano posando linee per le comunicazioni a banda larga.
Ma la fine della guerra, porterà  con sé l’inizio delle opere di ricostruzione. E una fetta delle commesse potrebbe finire alle Pmi italiane che – sulla carta – partono da una posizione di vantaggio, essendo al quinto posto per valore delle esportazioni nel paese e con un interscambio commerciale che nel 2010 era pari a 11,6 miliardi (ma era di 20 miliardi nel 2008, prima della crisi e del calo del prezzo del greggio).
Ma bisogna far presto. Il presidente delle Camera di commercio italo-libica Antonio de Capoa sta organizzando una prima trasferta per metà  settembre. «I veri concorrenti delle nostre Pmi – avverte De Capoa – saranno le imprese turche e tailandesi le cui banche si sarebbe detto già  pronte a garantire finanziariamente i progetti». Meno favoriti, per ora, i cinesi: nonostante sia loro il più grande progetto in corso d’opera, la ferrovia che arriverà  fino in Niger, rischiano di pagare il tiepido appoggio agli insorti.


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