I tempi (diversi) di politici e manager

Quando è arrivato il momento delle domande dal pubblico ha preso il microfono Giuseppe Zadra, l’ex direttore generale dell’Associazione bancaria. Non un sovversivo, dunque. È parso subito molto ispirato e in meno di quindici secondi ha sintetizzato il mood della platea di Cernobbio. «Molti di noi, qui in sala, seguono i lavori del seminario ma vivono con l’angoscia di un prossimo default dell’Italia. Ho l’impressione che il governo non percepisca il rischio che stiamo correndo. I ministri qui presenti si comportano come se avessero davanti a sé un orizzonte temporale di tre anni e invece abbiamo solo tre giorni o poco più».
Sul palco dei relatori gli esponenti del governo sono rimasti come impietriti, non hanno avuto nemmeno la forza di cercarsi tra loro e la platea ha tributato un convinto applauso al suo improvvisato portavoce. Ma la cosa più preoccupante è successa dopo, nel tempo destinato alle repliche nessuno ha avuto il coraggio di rispondere al sasso lanciato da Zadra. E così i Cernobbio boys sono rimasti tutti con la sensazione di trovarsi di fronte a un differenziale di percezione.
Gli industriali, i businessman e gli economisti stranieri hanno chiaro che quella che comincia oggi è un’ennesima settimana clou e che molto del futuro dell’Italia dipenderà  dalle decisioni che la Bce prenderà  giovedì 8 settembre, una data che già  di per sé induce a fare gli scongiuri. I ministri del governo Berlusconi invece no, non hanno la stessa percezione. Il responsabile degli Esteri, Franco Frattini, a Cernobbio è stato persino protagonista di un’involontaria gaffe a causa di una dichiarazione che in un primo tempo era sembrata addirittura un richiamo a Jean-Claude Trichet e ai suoi collaboratori.
Il medesimo differenziale l’uditorio di Cernobbio l’ha colto nelle parole di un Giulio Tremonti, per altro molto meno grintoso del solito. Il ministro è parso ferratissimo nell’analizzare le fasi-chiave della storia moderna dell’Europa. Il suo slalom tra Waterloo, Vestfalia, Deauville e Versailles lo distanzia anni luce dal linguaggio ruvido di un Bossi o di un Calderoli ma alla fine i più smagati tra gli imprenditori hanno catalogato l’excursus storico tra le anticipazione librarie (il ministro sta scrivendo il sequel de «La paura e la speranza»).
Peccato però che l’istituzione di Francoforte alla quale guardiamo con maggior timore sia la Bce e non la Buchmesse, la straordinaria fiera dell’editoria che si aprirà  a metà  ottobre nella città  tedesca. Puntando, poi, sulla domanda pubblica finanziata dagli eurobond come driver della crescita, Tremonti ha accentuato la sua impronta «socialista» e ha implicitamente ammesso che il governo di Roma non ha altre idee per dare impulso al Pil. Almeno non avesse abolito con un tratto di penna l’Ice, l’istituto per il commercio estero, avremmo evitato le figure barbine che stiamo facendo in tutto il mondo disdicendo impegni e contratti.
Sarebbe però sbagliato, oltre che ingeneroso, pensare che i ministri non abbiano la percezione dell’ora drammatica che attraversa il Paese solo per insensibilità  personale. La matrice del differenziale di percezione è più profonda e sta nella difficoltà  dell’intero centrodestra nell’analizzare l’intreccio tra sovranità  delle istituzioni comunitarie, slittamenti della politica nazionale e orientamento dell’opinione pubblica italiana. La verità  difficile da digerire è che i nostri connazionali si stanno via via convincendo che i mercati hanno ragione e il governo torto. Che non esistono i fantasmi della speculazione e che se non ci fosse stata Santa Bce, assieme alla prima di campionato, sarebbe saltata qualche altra cosa.


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