Diritto alla casa e carovita, in piazza torna lo «sdegno»

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Ma la presenza sarà  significativa, nonostante l’annuncio del prossimo scambio di prigionieri tra Israele e Hamas e del rientro a casa dopo sei anni del soldato Ghilad Shalit abbiano spostato in parte l’attenzione dell’opinione pubblica dall’economia ai temi della sicurezza, a vantaggio del premier Netanyahu, alla ricerca di consensi. Essere parte oggi di una iniziativa internazionale tanto ampia, galvanizza gli indignados più militanti.
I problemi economici di gran parte degli israeliani restano intatti e non verranno certo risolti dalle raccomandazioni contenute nel rapporto presentato dalla commissione Tajtenberg e approvato dal governo Netanyahu. E neppure dai tagli alle spese militari, minimi ma ugualmente contestati dagli stati maggiori. Il costo della vita rimane elevato (è salito di oltre il 15% negli ultimi anni), l’acquisto di un’abitazione è una impresa eccezionale per i giovani o una famiglia di 4-5 persone, i prezzi al supermercato sono tra i più alti dei paesi occidentali e restano soffocanti le tasse da pagare. In Israele, tanto per fare un esempio, il pieno di benzina costa il 30% in più rispetto alla media europea. Le vaghe promesse di cambiamento fatte da Netanyahu – un convinto liberista – non hanno perciò spento lo «sdegno» di coloro che a luglio avevano piantato le tende in boulevard Rothschild a Tel Aviv, dando vita ad un fenomeno di protesta popolare inedito per Israele ed evidentemente ispirato alle mobilitazioni di Tunisi o di piazza Tahrir al Cairo.
Nelle settimane estive di mobilitazione, gli indignados hanno discusso di molti temi e formulato proposte: dal ritorno al welfare all’aumento delle imposte per le grandi aziende e le banche. E hanno anche generato una leadership informale capeggiata dalla «rossa» Daphni Leef e dal capo dell’Unione studentesca Yitzhak Schmuli. Entrambi stasera saranno in piazza a Tel Aviv.
Gli indignados israeliani approvano solo in minima parte il rapporto Tajtenberg. «Alcuni punti sono un risultato positivo per il nostro movimento» dice Nadav Franckovich, 30 anni, «punti che non sarebbero mai stati considerati senza le proteste. Il rapporto però non riesce a rispondere alle problematiche maggiori poste dal movimento, in particolare l’allargamento del budget». Gli indignados di Tel Aviv perciò continuano ad essere attivi, in particolare nell’occupazione di edifici vuoti, da mettere a disposizione di chi non può permettersi di affittare una casa, e in iniziative di boicottaggio di prodotti di prima necessità  troppo costosi per le tasche della maggioranza degli israeliani. Franckovick ricorda la scadenza del primo novembre, quando Israele dovrebbe fermarsi per uno sciopero generale.
Tuttavia, dopo mesi di proteste e di dibattito, il movimento si interroga poco o niente su altre questioni centrali, come i costi della colonizzazione israeliana dei Territori occupati palestinesi. «Negli accampamenti di tende abbiamo provato spiegare alla gente che il problema non è solo quello degli affitti e del costo delle case ma è una situazione legata anche all’occupazione e all’apartheid – dice Naomi Lyth, una militante di “Anarchici contro il Muro” -, ma molti ci hanno risposto che questa non è una questione politica ma soltanto economica».


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