Fitoussi: “Ma nel nuovo patto manca una politica della crescita”

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ROMA – «L’accordo di Bruxelles è una vittoria della dottrina liberale che dice che il bilancio va portato in equilibrio qualsiasi siano le circostanze più che una vittoria tedesca. È un piccolissimo passo verso una politica europea che finalmente aiuti gli Stati membri a crescere e svilupparsi: ma è troppo poco, e troppo tardi». Jean-Paul Fitoussi, docente all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi ed esperto conoscitore delle vicende europee, boccia i risultati del vertice. «Non c’era bisogno di prevedere nuovi trattati stavolta a 26, né di architettare discipline a due velocità  con il rischio solo di generare inimmaginabili confusioni legislative: si chiedeva di risolvere la crisi dei debiti e di avanzare verso una politica attiva nei confronti della crescita. Non è stato fatto». Hanno fatto bene gli inglesi a chiamarsi fuori, sfidando la rabbia di Sarkozy? «Diciamo che Cameron è stato coerente, anche se si assume un grosso rischio. Londra non ha mai gradito l’euro, ma il problema è che la maggior risorsa della Gran Bretagna è l’industria finanziaria, e un effetto collaterale di questa nuova disciplina potrebbe essere una maggior regolazione dei mercati finanziari. Allora il premier britannico ha detto: non possiamo rischiare di sottometterci a regole più rigide che compromettano la concorrenzialità  globale dei nostri servizi finanziari». Allora è vero che l’industria manifatturiera in Gran Bretagna è finita? «No, è un luogo comune eccessivo e impreciso. È vero però che il settore finanziario è, dai tempi della Thatcher, molto più forte che altrove in Europa. Londra è una piazza globale almeno pari a New York e Hong Kong: non voleva rischiare in nome dell’Europa. Un po’ come la Germania non vuole mettere a repentaglio la propria solidità  fiscale per aiutare i partner. Nessuno sembra ascoltare la lezione della storia: nel 1930, all’apice della Depressione, fu proprio il Tesoro britannico a pubblicare un libro bianco per spiegare perché il bilancio deve essere sempre in equilibrio. Non è stato ascoltato, e sappiamo come andò a finire». È praticabile una nuova Europa con un perimetro diverso? «Intendiamoci, l’Unione Europea rimane com’era. C’è però un nuovo Trattato internazionale firmato da 26 Paesi per definire fra di loro delle regole aggiuntive. Di sicuro andrà  studiato un modo per circoscrivere il nuovo trattato alla sola disciplina di bilancio, lasciando fuori tutta la parte del libero scambio, dell’aiuto all’agricoltura, dell’abolizione di dazi interni, insomma le basi della “vecchia” Unione che continua a comprendere la Gran Bretagna. La speranza a questo punto è che tra qualche anno il nuovo trattato sia integrato con quello dell’Unione». Che cosa resta da fare? «Tutto. Va costruito un meccanismo di solidarietà  autentico, con gli Stati forti che aiutano quelli deboli in cambio di precise garanzie di impegno. Va creato un governo federalista europeo che metta in comune il debito, l’unica via per arrivare agli eurobond, e si coordini con la Bce, di cui vanno aumentati i poteri dandole la funzione di prestatore finale. Non basta definire una sorveglianza reciproca sulle politiche fiscali, né riformare il Patto di Stabilità  rendendolo più rigido, e neanche inserire l’obbligo del pareggio. Riflettete su un punto: Irlanda, Spagna e Italia, almeno come deficit/Pil, avevano le carte in regola fino al 2007 (la Grecia era un caso a parte perché aveva truccato i conti), ma ciò non ha impedito che scoppiasse la crisi. Segno che nel patto c’erano dei vizi occulti che non si è fatto nulla per identificare né rimuovere».


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