Turismo di massa e pensionati. Un’epoca alla fine

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Non c’è evento che abbia altrettanta forza evocativa. Nulla che evidenzi la deviazione improvvisa dalla normalità  persino festante verso la crisi e la tragedia. Mai come stavolta, però, la crisi generale e la sua immagine-simbolo sono stati così compresenti. Persino il Titanic era andato fuori tempo, anticipando di due anni la prima guerra mondiale e la nozione moderna di catastrofe totale. Un’allusione o una profezia, insomma, non una «dimostrazione».
Stavolta c’è persino un eccesso di rinvii a una crisi generale. Sul piano produttivo, la Concordia era un esempio dell’abilità , del l’immenso patrimonio di conoscenza in mano agli operai Fincantieri di Sestri Ponente. Gli stessi che occupano strade, ferrovia, aeroporto da settimane, nel genovese, contro un piano industriale che li vuole sostanzialmente eliminare a conclusione di scelte industriali sciagurate. Fincantieri, da anni, si è concentrata soltanto sulle commesse militari e sulle grandi navi da crociere.
Un business suicida – armi a parte – perché la crocieristica da grandi numeri è un settore votato alla morte. Un po’ come tutto il turismo di massa, perlomeno qui in Occidente. La ragione di questo destino sta in un altro grande pilastro in via di smantellamento: le pensioni. Il turismo di massa occidentale, quello serializzato e irregimentato su aerei, pullman e soprattutto navi, è fondamentalmente un via vai di pensionati. Il grosso degli sfaccendati col naso all’insù che affollano le nostre strade nelle città  d’arte sono quasi tutti ultra-sessantenni. Mi rispecchio…
Ma la torsione che sta subendo il nostro modello sociale europeo – con l’allungamento dell’età  pensionabile e la riduzione degli assegni pensionistici futuri – prefigura un futuro di vacche magre per chi conta su queste mandrie di consumatori con un grado minimo di autonomia motoria. I giovani abbastanza benestanti da poter viaggiare con tutti gli agi sono molto pochi. E quelli appena audaci da girare il mondo con pochi soldi sono davvero in contraddizione culturale-esistenziale con lo «spirito del crocierista«. Gli aerei low cost hanno sostituito da tempo l’autostop, con costi più o meno simili.
Ma proprio le sorti declinanti del turismo di massa evidenziano le rughe di uno stile di vita inchiodato ad aspettative crescenti che non ha più senso aspettare. Se il lavoro (tutti noi, sotto un padrone) deve «adeguarsi» ai bassi costi pretesi dal «consumatore» (tutti noi, finalmente «liberi» davanti agli scaffali del supermercato), una volta soddisfatta la semplice sopravvivenza non ha più un prezzo da cui si possa stornare una crociera. E quindi cala anche il pubblico per i cine-panettoni, che di quell’immaginario erano il fondamento.
Infine, che seguendo la stessa rotta ogni settimana – come faceva la Concordia – si possa comunque impattare lo scoglio imprevisto che ti stronca la vita… anche questa è una perfetta metafora del tempo presente. E un monito a tutti gli ideologi che, davanti alla crisi, invitano ad aspettare fideisticamente la ripresa e a far sacrifici perché «è sempre stato così, poi il capitalismo riparte». O si adagia su un fianco…


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