Il debito verso la biosfera

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Nel 1973 i Paesi produttori di petrolio bloccano la produzione provocando austerità  nel Nord industriale, un balzo nel prezzo del barile, l’invasione di petroldollari. Le banche in eccesso di liquidità  offrono prestiti a tassi sempre più bassi ai paesi del Sud, che s’indebitano senza migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Pessime le politiche delle classi dirigenti locali: grandi progetti, armamenti, corruzione. Arriva la seconda stretta sul petrolio, e la Federal Riserve degli Stati Uniti dal 1979 decide di alzare i tassi. Il dollaro sale, gli interessi del debito lievitano, aumenta l’inflazione. Crollano i prezzi delle materie prime. Inizia la crisi del debito estero del Terzo Mondo, che esplode nel 1982 con la dichiarazione d’insolvenza del Messico. Il debito in realtà  è ripagato ma servono nuovi prestiti per gli interessi che, come sa chi è strozzato dagli usurai, non finiscono mai. È l’era dei piani di ristrutturazione del Fondo monetario internazionale (Fmi) e delle grandi opere finanziate dalla Banca mondiale (Bm) con effetti noti: l’impoverimento per i tagli alla spesa sociale, la fine dell’agricoltura di sussistenza sostituita dalle monocolture per l’esportazione, le risorse naturali saccheggiate da multinazionali e gli ambienti naturali distrutti da governi locali. L’Onu dà  l’allarme rosso per il pessimo stato degli ecosistemi planetari con il rapporto Brundtland (1987) e uno studio della Banca mondiale riconosce l’esistenza di circa un miliardo di poveri (1990). Alexander Langer, nel 1988, lancia la prima iniziativa internazionale per convertire il debito estero del Terzo Mondo in un debito ecologico comune verso la biosfera in cui è il Nord ad avere un debito storico verso il Sud, sin dal colonialismo. Cancellare il debito dei Paesi poveri sarà  un punto fermo nella contestazione dei vertici G7, Fondo monetario e Banca mondiale e diventa coscienza diffusa con Jubilee 2000. Oggi la crisi destabilizza Stati uniti e Unione europea, e il debito stavolta è interno. Molti paesi ex poveri sono in ascesa economica mentre l’Occidente è in recessione. Le banche centrali dettano condizioni vessatorie per la maggioranza dei cittadini in stile Fmi. C’è però un altro debito che non raccoglie altrettanta attenzione anche se è ben più importante: lo squilibrio crescente tra il prelievo delle risorse naturali e la capacità  di rigenerazione della natura. La “Giornata mondiale del sovrasfruttamento” documenta che ogni anno si allarga il periodo in cui intacchiamo il capitale naturale (New Economics Foundation e Global Footprint Network). Il debito pubblico fa male ma non è mortale, mentre il debito verso la biosfera distrugge le condizioni che garantiscono la sopravvivenza quotidiana delle comunità  e la vita stessa dell’umanità  intera. Per uscire dalla crisi finanziaria banche e mercati chiedono riduzione del debito e più crescita. Finora sono arrivati sobri tecnici del taglio ma non la frugalità  che fa bene alla natura, e nemmeno il rilancio dell’economia reale. Viviamo paradossi: l’austerità  diminuisce il debito ma deprime la crescita e una crescita senza conversione delle produzioni e dei consumi distrugge la natura. E un paradosso non si può risolvere usando la logica che lo ha generato. Ci vuole uno scarto del pensiero e la discontinuità  nell’azione.


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