L’Andalusia non ha tradito la sinistra

SIVIGLIA — L’Andalusia rossa non ha tradito. Con un’elezione che ha smentito tutti i sondaggi, il Partito socialista potrà  comunque restare al timone della regione grazie all’alleanza con la sinistra estrema. Il Partito Popolare di centro-destra si aspettava la maggioranza assoluta, ma ottiene solo quella relativa (40 per cento) e non ha alleati per formare una nuova Junta. Secondo, con il 39 per cento, è il Psoe (quasi il 10% meno che nel 2008). Un arretramento storico dato che per la prima volta da 30 anni perde la maggioranza. Ma non drammatico. Primo perché la distanza dal Pp è minima, secondo, perché grazie alla grande crescita di Izquierda Unida passata dal 7 all’11 per cento, ci sono comunque i numeri per un esecutivo di sinistra. 
Il voto di ieri, assieme alla lieve crescita nelle Asturie, è una bombola d’ossigeno per la socialdemocrazia spagnola. Dopo due disfatte elettorali in dieci mesi, il Psoe ha finalmente l’occasione di allestire la vetrina di cui aveva bisogno. L’Andalusia potrà  diventare il laboratorio di una politica sociale ed economica alternativa a quella di tagli e sacrifici chiesta dall’Europa e sposata dal premier Mariano Rajoy. Lo statuto di Regione autonoma e l’imponente bilancio finanziario (con un basso livello di debito e deficit) sono la base ideale per cercare di farlo. 
Per il premier Rajoy, al contrario, il voto andaluso rischia di diventare un incubo. Con una regione, grande quanto il Portogallo e con più abitanti della Grecia, fuori dal diretto controllo di un collega di partito, la possibilità  è di vedere aumentare il deficit locale prima di poterlo bloccare. La Giunta social-comunista ha meno interesse a rispettare il deficit che a promuovere la propria immagine davanti agli spagnoli e non all’Europa. Le critiche di Mario Monti ai conti spagnoli, poi smorzate, sono il sintomo del nervosismo sui numeri di Madrid. La contabilità  spagnola è resa complessa da un sistema federale che il Pp ritiene troppo oneroso. 
«Io c’ero quando Gonzalez ruppe con i massimalisti dicendo “socialista prima che marxista” — ricorda Antonio Ojeda Escobar, ex presidente Psoe del Parlamento andaluso —. Ci sentivamo vicini a Fanfani, Moro, la sinistra della vostra Democrazia Cristiana. Ora avremo la possibilità  di rifondare il partito e cercare quelle politiche alternative al pensiero unico dominante in Europa a cui, anche noi sbagliando, abbiamo aderito negli ultimi anni».
Il «Partito socialista operaio spagnolo» è da anni al bivio tra la piena metamorfosi verso il modello americano del Partito democratico oppure, anche sull’onda di questo insperato risultato-salvagente, voltarsi a sinistra. Nel primo caso avrebbe dalla sua il sistema elettorale spagnolo disegnato per l’alternanza. Nel secondo caso, potrebbe riappropriarsi dei voti che sono fuggiti verso Izquierda Unida (Sinistra Unita), Verdi e l’astensionismo. Per farlo però, i socialisti avranno bisogno di idee «di sinistra» che la convivenza forzata con Iu in Andalusia potrebbe costringere a partorire.
Il Psoe è arrivato alle urne diviso, debole, quasi rassegnato. Tra gli aranci in fiore di Siviglia, la sfida è stata tra slogan, non contenuti. Il Psoe recitava da partito conservatore: «per un cammino sicuro». Il Pp invocava «el cambio» davanti agli scandali di corruzione socialista. Gli obbiettivi erano gli stessi per entrambi: sviluppo, impiego, sicurezza sociale. Il Psoe ha sfruttato la paura delle «riforme». In un volantino un Asterix andaluso si opponeva a Cesare-Rajoy con le insegne del «licenziamento facile» e i «tagli alla Sanità ». Non c’era la pozione magica per conciliare deficit e servizi sociali, ma solo la richiesta del voto. È stato sufficiente. «Sono bastati 4 mesi di governo di centrodestra — dice il Psoe — per capire gli effetti delle scelte del Pp di Rajoy: più tasse, meno servizi, più licenziamenti».
La comunità  economica sperava in un risultato diverso. Don Ià±igo de Arteaga è un «Grande di Spagna», possiede tenute estese come province. «Per sfuggire al controllo della Corte dei Conti, la Junta andalusa (come altre) ha formato un’amministrazione parallela infarcita di parenti e amici — dice al Corriere —. Nell’economia globalizzata è un modello insostenibile. Il risultato è che per raccogliere le arance devo chiamare degli stranieri, gli spagnoli stanno al bar con il sussidio di disoccupazione». 
«Non si può ignorare quel che di buono è stato fatto» ammonisce lo scrittore Antonio Soler. «Nel mio primo viaggio a Madrid, da bambino, 40 anni fa, non nel Medioevo: impiegai 13 ore. Oggi con i treni ad alta velocità  ne bastano due e mezza». Le infrastrutture sono il frutto del trentennio socialista. Ferrovie, aeroporti, autostrade costruite sotto una pioggia di denaro arrivata dall’Europa per decenni al ritmo di tre miliardi l’anno. 
Tre elettori su dieci, ieri, erano senza lavoro. La paura di perdere la Regione-Mamma, dei «licenziamenti facili», di vedere chiudere l’amministrazione parallela targata socialista, tutto ha contribuito a frenare la crescita del Pp. La lotta tra Madrid e Siviglia toglierà  il sonno a molti.


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