Shakespeare Vietato agli Israeliani l’Appello che Fa Male alla Cultura

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I fatti: i grandi nomi dello spettacolo britannico, da Emma Thompson a Mike Leigh, a Richard Wilson, hanno firmato una lettera aperta perché al Festival scespiriano del Globe Theatre sia impedita la partecipazione dell’Habima, il teatro nazionale israeliano, invitato per maggio colMercante di Venezia. Motivo: mentre molti artisti e uomini di cultura israeliani, da Grossman a Yehoshua, si rifiutano ormai da tempo di parlare o d’esibirsi negli insediamenti illegali dei Territori palestinesi, questi registi e attori di Tel Aviv hanno fatto una scelta diversa e accettato di portare la cultura anche fra gli «impresentabili coloni» loro connazionali, convinti forse che un po’ di teatro sia meglio del nulla e che, per dirla appunto col Bardo, una dolce fragola possa fiorire perfino tra le ortiche, sempre che qualcuno la semini. 
Non sia mai, dicono Emma e le sue comparse: una rosa è una rosa, qui trattasi di «vergognoso coinvolgimento politico», guai a chi applaude i collaborazionisti. Niente di nuovo, è lo Zeitgeist, lo spirito di certi tempi: era già  accaduto a Torino e a Edimburgo, con Tariq Ramadan o Ken Loach, accadrà  di nuovo. A un convegno marsigliese di scrittori, quattro mesi fa, l’ebreo siriano Moshe Sakal è stato messo alla porta perché «non abbastanza filo palestinese». Ci provarono anche col grande Ian McEwan, quando osò l’altro anno ricevere l’Israel Prize e parlare di libri a Gerusalemme: perché lo fai, gli dissero? «Detesto gli insediamenti israeliani», rispose lui, «ma ancora di più chi confonde la cultura con il ministero degli Esteri». Fragole & ortiche: il Poeta non avrebbe detto meglio.


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